L’anima del fantallenatore: un viaggio tra lacrime, sudore e gloria imperitura

Miguel Herrera, Santiago Banos
Herrera, CT del Messico, immortalato nell’esultanza tipica del fantallenatore

Ha alimentato faide tra amici e familiari, rovinato domeniche e fatto imbestialire numerosi tifosi. Il suo nome è fantacalcio, e a detta dei suoi creatori è il gioco più bello del mondo dopo il calcio. Il fantacalcio è l’unica entità legalmente riconosciuta che può farti esultare per un gol subìto dalla tua squadra del cuore («Io Thereau ce l’ho titolare! Daje!») e deprimere per un autogol del tutto ininfluente per il risultato finale di partite come Cagliari-Sampdoria.

Possiamo provare ad indicare alcune categorie di fantallenatori: in primis c’è il professionale, che il giorno dopo la fine del campionato inizia a studiare la possibile formazione della stagione seguente. Durante l’estate compra tutti i giorni la Gazzetta dello Sport, seguendo febbrilmente le trattative di calciomercato, e prima dell’asta si presenta con le statistiche aggiornate di tutta la Serie A dal 1929/30 ad oggi, campionato della guerra incluso. La sua categoria è in forte crisi: ormai il calciomercato è aperto quasi tutto l’anno e rischia di impazzire. Nemmeno l’Almanacco del Calcio della Panini riesce più a tenere il passo.
C’è il temerario, che acquista unicamente misteriosi giocatori appena sbarcati in Serie A. Nel loro armadio ci sono gli scheletri dei vari Torje, Larrivey, Katergiannakis e Zeigbo che oh, vi giurano, visti su internet o letti sul Guerin Sportivo sembravano i messìa del pallone.
Poi c’è il tifoso nel sangue, che partecipa all’asta solo a condizione di avere in rosa la stella della squadra per la quale tifa. Senza Totti o Hamsik, loro si ritirano e non giocano più.
Il più irritante però è senza dubbio l’incompetente. Egli viene chiamato unicamente per fare numero, perché magari i partecipanti sono dispari, è sempre così. L’incompetente generalmente è una ragazza che non segue lo sport (fidanzata o sorella di uno dei partecipanti), un bambino di età inferiore ai sei anni o un anziano non autosufficiente che durante l’asta propone Josè Altafini o Gigi Riva. L’incompetente non ha idea di chi siano i giocatori della Serie A, eccetto quelli più famosi che ha visto su Studio Aperto, e si ritrova quindi a schierare tridenti offensivi formati dalle riserve di Cesena, Chievo ed Empoli. Gli scarti degli altri, sostanzialmente. Ma attenzione! La squadra materasso ha i suoi momenti di gloria, in cui l’elefante della Eminflex barrisce a pieni polmoni. Capiterà quella giornata in cui, per una combinazione astrale, il tridente Marilungo-Meggiorini-Mchedlidze segnerà una doppietta a testa facendo impallidire i vostri banali Higuain e Tevez. E lì, l’incompetente vi guarderà dall’alto in basso, tornando a chiedervi se il Milan ha la maglia verde o arancione.

Qual’è inoltre il giocatore ideale da comprare al fantacalcio? Proviamo a tracciare delle linee guida per trovarlo:
Titolarità. Il primo punto è basilare: il giocatore dev’essere un titolare indiscusso, di quelli che se l’allenatore prova a tenerli in panchina viene linciato dagli ultras. Per questo, è meglio se gioca in una squadra che non partecipa alle competizioni europee, così non è soggetto al turnover.
Salute. Giuseppe Rossi è un fenomeno, ma si fa sempre male. Idem El-Shaarawy e tanti altri: purtroppo la tendenza a farti male ce l’hai o non ce l’hai. Cercate un giocatore con una cartella clinica immacolata e vivrete più tranquilli, anche se l’apocalisse in stile Mario Gomez è random ed ineluttabile.
Disciplina. Tanti difensori e centrocampisti hanno un rendimento impeccabile, ma finiscono sempre per lasciare in campo quel mezzo punto in pagella a causa di qualche sgambetto di troppo. Ne sanno qualcosa coloro che sono innamorati di Marchisio e De Rossi e non possono farne a meno: valutate bene.
Nazionale. I giocatori che militano nelle nazionali sono un po’ volubili, poi si stancano di più. Meglio scegliere campioni ignorati dai commissari tecnici e che si concentrano solo sulle loro squadre di club!

dinataleIn virtù delle suddette linee guida, emerge chiaramente che il giocatore ideale è… Totò Di Natale! Gioca sempre da titolare e va in doppia cifra dal 2006/07, e milita in una squadra che riuscirebbe a farsi eliminare dal Terzo turno di Champions pure da una rappresentativa della Valtellina. Nelle ultime cinque stagioni ha giocato almeno 32 partite, quindi ha ancora le gambe a posto, roba da fare invidia. Inoltre viene ammonito molto di rado, tipo tre o quattro volte a campionato, ed ha visto solo tre cartellini rossi in carriera. In Nazionale non gioca più, quindi è chiaramente l’acquisto ideale per la stagione in corso!

Per concludere, in bocca al lupo a tutti i fantallenatori, nella speranza che Keisuke Honda possa continuare così. Perché io lo so: zitti zitti, tutti quanti avete comprato l’allegro trequartista dai capelli di fuoco.

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Confronti possibili: Dino Zoff vs Massimo Taibi. Chi è il migliore?

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Zoff (a sin.) in Azzurro e Taibi con la casacca del Manchester United

Inauguriamo oggi la rubrica Confronti possibili, che metterà di fronte alcuni talenti indiscussi del calcio internazionale per decretare con assoluta certezza chi tra i due sia il migliore. Trattandosi di una questione alquanto complessa, annunciamo di aver messo a punto uno speciale algoritmo che permette di quantificare con precisione quantistica le effettive abilità dei giocatori confrontati. Tale algoritmo ha recentemente ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della FIFA (Federazione Internazione Fraudolenti Algoritmi).

Iniziamo dunque con il primo 1-vs-1 che mette di fronte due portieri di razza come Dino Zoff e Massimo Taibi. Il primo viene considerato uno dei portieri più forti della storia del calcio italiano, alla stregua di Buffon, mentre Taibi può vantare una lunga e carismatica presenza sui campi di tutta Italia e, per un periodo, anche della Terra d’Albione. Senza indugi, andiamo a scoprire chi è il migliore tra i due!

1) Gol segnati. Il 1° aprile del 2001, durante un palpitante Reggina-Udinese, Massimo Taibi segnò uno spettacolare gol di testa. Zoff, invece, usciva dall’area di rigore giusto all’intervallo ed a fine partita. Di coseguenza Taibi è superiore.
2) Top club. Taibi ha giocato 4 partite con la maglia del Manchester United, ovvero il secondo club al mondo con più tifosi (oltre 300 milioni). Zoff non ha mai avuto simili pressioni. Quindi Taibi è superiore.
3) Presenza scenica. Taibi ha lavorato come opinionista televisivo per Sportitalia, mentre Zoff è noto per la sua timidezza e laconicità. Poche chiacchiere: Taibi è superiore.
4) Esordio in Serie A. Al suo esordio nella massima serie, Zoff subì ben 5 reti (24 settembre del ’61, Fiorentina-Udinese 5-2). Taibi, invece, nel suo debutto in Serie A ne subì solo 3 (28 agosto del ’93, Piacenza-Torino 0-3). Anche su questo, Taibi è superiore.
5) Azzurro. Taibi ha giocato con la Rappresentativa Nazionale italiana di Serie C, conquistandosi il ruolo sudando sui rudi e gibbosi terreni di provincia. Zoff no, ha ottenuto solo la bambagia e le fanfare della Nazionale maggiore. Ergo, Taibi è superiore.
6) Geografia. Taibi ha giocato nella regione più a nord d’Italia (in Trentino col Trento) e in quella più a sud (durante le giovanili, in Sicilia). Dino Zoff non è mai riuscito ad andare più a nord di Udine e più a sud di Napoli. E quindi, Taibi è superiore.
7) Trionfi. Taibi ha vinto due Coppe Intercontinentali (in rosa col Milan e con lo United), Zoff nessuna. Ancora una volta, Taibi è superiore.
8) Satisfaction. Zoff ha vinto il Mondiale di Spagna ’82 a 40 anni suonati, mentre alla stessa età Taibi si era già ritirato, pienamente appagato dopo la sua brillante carriera. In conclusione, Massimo Taibi è superiore a Dino Zoff senza alcun appello.

Il nostro algoritmo ha parlato: con un rotondo 8-0, l’ex portiere di Piacenza e Reggina si porta a casa il primo dei nostri… Confronti possibili!

Soccer ManUtd Taibi
Il nostro vincitore assieme a Sir Alex Ferguson

EURO 2016 – L’Albania di De Biasi batte il Portogallo: le outsider ruggiscono

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Portogallo-Albania, Roshi (a sin.) e Fabio Coentrao si contendono la sfera

Sono iniziate ieri le qualificazioni per gli Europei del 2016. Salta subito all’occhio una considerazione: le squadre materasso non esistono più. Escluse le micro-nazioni (di cui parleremo più avanti), ormai anche le nazionali storicamente più deboli hanno qualche asso nella manica per mettere i bastoni tra le ruote alle prime della classe.

Sono lontani i tempi in cui le repubbliche ex-sovietiche o gli stati dell’Est Europa costituivano una specie di mistero inestricabile. Erano gli anni ’90, quelli di Bruno Pizzul che diligentemente pronunciava i nomi dei giocatori georgiani e bielorussi senza perdere un colpo e gli stadi di Vilnius e Kiev sembravano cattedrali nei deserti di una dimensione talmente lontana da poter essere trasmessa solo via satellite. Ma ora il calcio della periferia d’Europa rivendica prepotentemente il proprio spazio vitale, affiancando ai nuovi talenti pure un’organizzazione tecnica niente male.

Tutto questo preambolo serve a presentare la bella vittoria dell’Albania allenata da Gianni De Biasi e capitanata da Lorik Cana sul Portogallo dei vari Pepe e Nani. Allo stadio Municipal di Aveiro, la squadra balcana si è imposta di misura grazie ad un gol di Bekim Balaj, giovane punta dello Slavia Praga. Privi di sua maestà Cristiano Ronaldo, i lusitani hanno giocato al tiro al bersaglio senza riuscire a superare il portierino laziale Berisha, e nella ripresa è arrivata la beffa. Gli albanesi, che non si sono qualificati a nessuna competizione importante manco di striscio, si godono la vittoria e la possibilità di ricoprire il ruolo di outsider in un Gruppo I comunque difficile: sempre ieri, la Danimarca si è imposta per 2-1 in rimonta contro l’Armenia.

In tema di nazionali dell’Est, nel Gruppo F parte bene la Romania che sorprende la Grecia allenata da Claudio Ranieri grazie ad un gol su rigore del cavallo di battaglia Ciprian Marica. Soprende tutti l’Irlanda del Nord, che va a vincere in rimonta in Ungheria (1-2), mentre le insidiose Isole Far Oer riescono a passare in vantaggio contro la Finlandia prima di subire la rimonta (1-3). Nel Gruppo G persino i campioni del mondo tedeschi devono sudare per battere 2-1 un’indomita Scozia grazie ad una doppietta di Thomas Müller. Il gol del momentaneo pari era stato siglato da Ikechi Anya. La Scozia, allenata da un mastino come Gordon Strachan, farà di tutto per tornare nel giro che conta: è assente sui grandi palcoscenici da Francia ’98.

Morale della favola: in queste qualificazioni potrebbero esserci delle novità e delle sorprese, e chissà che in Francia non vedremo qualche nazionale che prima d’ora non si era mai qualificata in nessuna competizione importante. Certo, è prestissimo per dirlo, però se poi succede potrete in giro che la prima volta ve l’avevamo detto noi.

Due parole sull’esordio di Gibilterra, che ancora priva di uno stadio nazionale ha disputato la partita contro la Polonia (Gruppo D) allo stadio Algarve di Faro-Loulé. La minuscola nazionale allenata da Allen Bula può contare su un bacino di abitanti di circa 29.000 persone, più o meno come Vetralla e Montefiascone messe assieme. I polacchi hanno vinto 0-7 e i giorni della ribalta per le micro-nazionali sono ancora lontani, ma noi di La straordinaria somiglianza tra Trifon Ivanov e Maurizio Mattioli confidiamo sempre nella possibilità che, un giorno, anche un San Marino o un’Andorra possano disputare un mondiale. We have a dream!

Le Top 5 – Da Ballotta a Matthews, la classifica dei nonni in campo

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Marco Ballotta, la parola “ritiro” per lui non ha significato

Negli album di figurine, generalmente sono i primi che spiccano. In mezzo a tanti tagli alla moda, loro hanno pettinature di almeno dieci anni prima e lo specchietto con la loro carriera è lungo quanto un conclave. Sono i nonni del calcio, i giocatori che non si ritirano mai ed ancora scendono in campo quando i loro coetanei già hanno indossato da un bel pezzo le camicie da allenatore, strette sopra delle pancette evidentissime. Abbiamo stilato una Top-5 dei nonni del calcio più significativi della storia. Oh, non fateci caso se mancano alcuni tra i più famosi tipo Maldini, Zoff o Zanetti, ma di loro sapete già tutto, ed abbiamo pure escluso coloro che sono tornati in campo solo per un breve periodo (tipo Socrates coi dilettanti inglesi). Per stilare la classifica abbiamo preso in considerazione 1) età, 2) lunghezza carriera ma pure 3) importanza dei tornei disputati fino ad età avanzata.

5° – Marco Ballotta (classe 1964, attivo dal 1981 ad oggi): Nel suo piccolo, Ballotta è un uomo dei record. Detiene il primato di giocatore più vecchio ad essere mai sceso in campo in Serie A (44 anni e 38 giorni) ed in Champions League (43 anni e 253 giorni), in entrambi i casi con la maglia della Lazio, e per dirla tutta da giovane aveva pure battuto il record di minor reti subite da un poriere professionista in Italia in una stagione (9 in 34 partite in C1 col Modena). Ma c’è dell’altro: negli anni ’90 ai tempi del Parma si tolse pure lo sfizio di scalzare Claudio André Taffarel, portiere del Brasile in tre edizioni dei Mondiali. Tutto questo è Ballotta, stempiato fin da giovane ma arzillo anche in età avanzata. Dopo una lunga carriera ricca di trofei ma anche di retrocessioni, Ballotta è ancora attivo nei campionati minori emiliani, dove spesso e volentieri viene schierato da attaccante. Segnando valanghe di gol alla soglia dei cinquant’anni. Un giorno, i nostri figli sogneranno di diventare Ballotta. Il suo segreto: il fisico da colibrì.

4° – Faryd Mondragon (classe 1971, attivo dal 1990 al 2014): Nel corso degli ultimi Mondiali disputati in Brasile, questo portierone colombiano – ma di origine libanese – ha battuto il record di Roger Milla diventando il giocatore più anziano sceso in campo nella Coppa del Mondo, a 43 anni e 3 giorni. Autentico giramondo del pallone con tante esperienze anche nel vecchio continente, Mondragon ha attraversato tutta l’epopea dei suoi bizzarri connazionali: dal compagno di reparto Higuita all’eccentrico Valderrama, passando per i vari Asprilla, Rincon e Falcao. Il suo segreto: i portieri colombiani sono molto longevi.

3° – Romario de Souza Faria (classe 1966, attivo dal 1985 al 2009): Si tratta del giocatore che ha annunciato più volte il ritiro, tornando sempre in campo dopo pochi mesi per guidare l’attacco di qualche squadra brasiliana, qatariota o americana. Romario è il terzo giocatore ad aver segnato più gol in carriera: contando tutto, ma proprio tutto – incluse amichevoli, tornei giovanili e forse anche partite in giardino con i figli – il totale è di 1003 reti. Molte di esse sono state siglate in patria, altre con le casacche del PSV Eindhoven e del Barcellona. Secondo le malelingue sono dati gonfiati, ma al Baixinho non frega assolutamente niente. Irriverente e polemico, nel 1998 venne escluso dalla Nazionale brasiliana perché sorpreso ad appendere una caricatura del commissario tecnico Mario Zagallo, immortalato sul cesso. Per sua fortuna, quattro anni prima aveva alzato la Coppa del Mondo a Pasadena, facendo piangere Baresi. Il suo segreto: si divertiva ad irridere le difese avversarie.

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Peter Shilton, titolare a vita

2° – Peter Shilton (classe 1949, attivo dal 1966 al 1997): 31 anni di carriera sono tanti. Praticamente è passato dagli anni di Best ed Eusebio a quelli di Baggio e Ronaldo, passando per Pelé e Platini. Peter Shilton è stato il portiere dell’Inghilterra per tantissimo tempo, e se non fosse stato per il mitico Banks anche di più. Detiene pure il record di presenze da giocatore professionista (1390!). Forse qualcuno temeva di doverlo seppellire in campo, ma a 47 anni decise di appendere i guanti al chiodo. Ha giocato in undici squadre ma il top della sua carriera è stato sul finire degli anni ’70, quando con la maglia del magico Nottingham Forest di Brian Clough vinse due Coppe dei Campioni di fila. Il suo segreto: probabilmente un patto col diavolo.

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Sir Matthews, in campo fino ai 50

1° – Stanley Matthews (classe 1915, attivo dal 1932 al 1965): L’unico uomo che può guardare Shilton dall’alto in basso. La carriera di Sir Stanley Matthews è durata infatti 32 anni, concludendosi a cinquant’anni suonati. Matthews è stata una stella del calcio europeo degli anni ’50, ma ha giocato solo per due squadre non eccelse del campionato inglese: lo Stoke City ed il Blackpool. Tutto questo per una questione di fedeltà. In 32 anni ha vinto solo una coppa nazionale nel 1953, con la maglia del Blackpool, ma con la Nazionale inglese ha disputato alcune delle gare più epiche del calcio di quegli anni. Inoltre Stanley Matthews è stato il primo vincitore del Pallone d’Oro, quando aveva già superato i quaranta: rispose ironicamente alle critiche presentandosi alla premiazione con una fluente barba bianca ed il bastone da passeggio. Il suo segreto: una dieta ferrea e gli allenamenti senza pallone per arrivare al giorno della partita con più voglia di giocare.

E oggi? Beh, sappiate che Andrea Pierobon è ancora attivo, a 45 anni suonati, e difende con orgoglio i pali del Cittadella. Quella che sta per iniziare è la sua 27^ stagione da giocatore. Che la forza di Shilton sia con lui!

Non solo Nakata – La storia dei giapponesi in Serie A

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Hide Nakata con la casacca del Perugia: in Serie A ha segnato 29 reti

Fino agli anni ’90, il calcio in Giappone era davvero poco familiare: nessuna partecipazione ai Mondiali e nessuna vittoria in Coppa d’Asia. Il baseball, ma anche il sumo ed il puroresu (il wrestling giapponese), hanno attirato storicamente tutta l’attenzione degli appassionati locali. Nel 1992 però arriva il primo trionfo continentale contro la nazionale saudita grazie ad un gol di Takuya Takagi; fallita la qualificazione ad USA ’94, i nipponici riescono a staccare il biglietto per Francia ’98, anche se in terra transalpina escono nella fase a gironi perdendole tutte, pure contro la Giamaica. Ma di lì in poi la Sakkā Nippon Daiyō non manca più l’appuntamento con le 32 finaliste della Coppa del Mondo (co-ospitando pure quello del 2002), confermandosi almeno come una delle squadre asiatiche più forti in circolazione.

Ammettiamolo, nell’immaginario collettivo il calcio del Sol Levante spesso fa pensare a quel noto anime e manga trasmesso e pubblicato anche in Italia: Capitan Tsubasa, meglio noto come Holly & Benji. Peraltro – qualcuno magari se lo ricorda – in una edizione speciale del fumetto uscita qualche anno fa, il buon Tsubasa finisce pure a giocare nella Reggiana, confermando che la squadra emiliana ha sempre saputo muoversi bene nel mercato straniero. Non avendo letto il manga in questione, mi auguro che Tsubasa non abbia fatto la fine di Paulo Futre, la cui esperienza granata fu distrutta dagli infortuni.

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Kazù Miura, poca gloria a Genova

Tornando ai calciatori in carne e ossa, il primo giapponese a giocare in Serie A – nella stagione 94/95 – è la stella principale del calcio nipponico dei primi anni ’90: Kazuyoshi Miura. Attaccante di buona tecnica, affinata in alcune stagioni passate a giocare in Brasile, Miura ha un contratto particolare: il suo sponsor paga il Genoa ogni volta che mette piede in campo. Nonostante le grandi attese, i turisti giapponesi al Marassi e la televisione nipponica che acquista i diritti per trasmettere le partite dei rossoblu, Miura fallisce senza appello: alla prima di campionato si infortuna al viso in un contrasto con Baresi, poi si perde nelle dure ed ostiche difese nostrane, chiudendo la stagione con 21 presenze ed un solo gol realizzato in un derby. Gol della bandiera, peraltro. Dopo un’altra esperienza da dimenticare in Europa (zero gol in 12 partite con la Dinamo Zagabria), Miura decide che la soluzione migliore è quella di rivestire a tempo indeterminato il ruolo di stella incontrastata della J-League giapponese e che ci crediate o no, a 47 anni suonati è ancora in attività con la maglia del Yokohama FC. Ha giusto nove anni più di Totti, per dire!

Bisogna aspettare la stagione 98/99 per vedere il primo nipponico di successo in Serie A: Hidetoshi Nakata. Il Perugia di Gaucci, che in quel periodo mira ad avere in rosa almeno un giocatore in rappresentanza di ogni nazione aderente all’ONU, lo acquista dal Bellmare Hiratsuka ed il giovane trequartista dai capelli rossi parte col botto: doppietta alla Juventus e giocate da campione che permettono agli umbri di ottenere la salvezza. Due anni dopo contibuisce alla vittoria dello Scudetto della Roma con una fantastica prestazione in un match decisivo contro la Juventus: entrato sullo 0-2 al posto di Totti, riesce ad accorciare le distanze e poi a favorire il gol del pareggio di Montella. Dopo tre discrete stagioni a Parma, termina la sua breve ma intensa carriera con le casacche di Bologna, Fiorentina e Bolton, ma soprattutto con all’attivo tre partecipazioni ai Mondiali ed un argento alla Confederation Cup del 2011. Senza troppe discussioni, è il giocatore più forte della storia del calcio giappponese.

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Shunsuke Nakamura, idolo a Reggio Calabria

Da Nakata in poi, è il via libera per i talenti del Sol Levante in Italia, che si portano dietro anche tutta la questione legata al marketing. Nel 99/00 il Venezia ingaggia Hiroshi Nanami, numero 10 del Giappone a Francia ’98, ma la sua esile figura in mezzo al centrocampo dei lagunari non porta a prestazioni di spicco. Si narra di un poderoso calcio nel sedere ricevuto dal compagno di reparto Iachini dopo l’ennesima prestazione senz’anima. Più bella figura farà Shunsuke Nakamura con la maglia della Reggina: arrivato nel 2002, in tre stagioni mette a segno 11 gol – quasi tutti su punizione – prima di spiccare il volo verso i Celtic Glasgow e l’Espanyol. Pilastro della nazionale giapponese fino a qualche anno fa, sta chiudendo la carriera in patria con gli Yokohama F. Marinos.

Davvero malinconico invece il caso di Atsushi Yanagisawa: arrivato alla Sampdoria dal Kashima Antlers nel 2003 con un bottino di 73 reti segnate in 7 stagioni nella J-League, in Serie A non riesce a mettere dentro neanche un gol. L’anno dopo viene ceduto al Messina, dove continua a non segnare: chiude la sua esperienza italiana con un solo sigillo siglato in un Messina-Acireale di Coppa Italia. Se la cava meglio il giovane Takayuki Morimoto, che dopo gli incoraggianti esordi nel Catania non riesce però a diventare un bomber di rilievo, tornando a giocare in patria dopo un’esperienza con l’Al-Nasr e perdendo di vista la Nazionale. Non certo memorabile anche l’esperienza di Masashi Oguro nel Torino, che arrivato con un curriculum niente male in patria e con un’esperienza positiva in Francia, resta due stagioni in granata giocando appena 10 partite. Peggio di lui fa Mitsuo Ogasawara a Messina: titolare nel centrocampo della Nazionale e vincitore di ben sei campionati giapponesi con la casacca del Kashima Antlers, in Sicilia si perde totalmente finendo ai margini della rosa.

Attualmente i giapponesi della Serie A sono due: il primo è l’ottimo Yuto Nagatomo, affarone fatto dal Cesena nel 2010 e girato ben presto all’Inter. Terzino veloce e tecnico, Nagatomo ha nella resistenza da maratoneta una delle sue armi principali. Poi c’è anche Keisuke Honda, ma prima di esprimerci sulle prestazioni con la maglia del Milan è meglio aspettare: con la nazionale del Sol Levante ha giocato davvero bene e sulle punizioni mette in allarme tutti i portieri.