Categoria: Raccolta indifferenziata

Raccolta indifferenziata – la Flop 5 dei bidoni viola

Andrej Kanchelskis, pensione dorata in Toscana
Andrej Kanchelskis, pensione dorata in Toscana

Ebbene si: la Fiorentina, la squadra che ogni fiorentino sogna di veder regina, in certi periodi della propria storia è stata una vera potenza. Stelle come Chiarugi, Antognoni, Batistuta e Rui Costa hanno reso il club toscano grande in più di un’occasione. Anche i viola però hanno qualche scheletro nell’armadietto dello spogliatoio, qualche pessimo acquisto da dimenticare specialmente nell’era Cecchi Gori. Quindi prepariamoci a questo viaggio nella Flop 5 della storia della Fiorentina!

Portillo esulta dopo il suo unico gol viola
Portillo esulta dopo il suo unico gol viola

Javier Portillo, il Raul mancato (04-05, 11 presenze ed una rete in Serie A) – L’antefatto: Si narra che nelle giovanili delle Merengues l’attaccante Portillo abbia segnato valanghe titaniche di gol. Il primo anno nella prima squadra del Real va bene, il ragazzo deve però farsi le ossa e viene spedito in prestito alla Fiorentina, ad assaggiare le delicatezze dei difensori italiani. Il misfatto: Javier Portillo conclude la (mezza) stagione con un solo gol all’attivo realizzato contro il Chievo ed a gennaio viene rispedito al mittente senza tanti complimenti, dopo che i tifosi avevano iniziato a manifestare il proprio dissenso. I viola si salvano soprattutto grazie ai gol di Miccoli, mentre lui si accomoda sulla panchina della formazione madrilena. L’epilogo: Dopo un anno discreto al Bruges l’attaccante si costruisce una discreta carriera in squadre di secondo piano, non riuscendo a mantenere le promesse. Indice di bidonaggine: 30% (in fondo era in prestito)

Amor, l'antenato di Xavi
Amor, l’antenato di Xavi

Guillermo Amor, il blaugrana triste (98-00, 24 presenze in Serie A) – L’antefatto: Prima che arrivassero Xavi ed Iniesta, il Barcellona a centrocampo schierava stelle come Guardiola, Luis Enrique e per l’appunto Amor. Con i balugrana Amor gioca oltre 300 partite e vince ben 17 trofei, facendo parte dell’epoca d’oro guidata da Cruijff in panchina. Dopo il suo secondo Mondiale però il nuovo tecnico Van Gaal decide che Amor non è abbastanza olandese e lo mette sulla lista nera. Il misfatto: La Fiorentina si assicura le sue prestazioni e Trapattoni dichiara che Amor, centrocampista col vizio del gol, sarà una pedina essenziale per vincere lo Scudetto. Non sarà così: due stagioni anonime, senza l’ombra di una marcatura, con Trapattoni che ad ogni modo continua a proporlo come esempio anche se… non gioca più! L’epilogo: Amor si risveglia nel Villareal e conclude la carriera dopo una fugace comparsata negli scozzesi del Livingston. Indice di bidonaggine: 70%

Marcio Santos, -9 gol da Sharon
Marcio Santos, -9 gol da Sharon

Marcio Santos, il fan di Sharon Stone (94-95, 32 presenze e 2 reti) – L’antefatto: Campione del Mondo in carica e stella del Bordeaux, il difensore centrale carioca Marcio Santos sembra l’innesto ideale per cementare la difesa davanti al talentuoso Toldo. Cecchi Gori sborsa 5,5 miliardi per portarlo a Firenze e gli fa una promessa da magnate del cinema: “Segna almeno 9 gol e ti organizzerò una cena con Sharon Stone, il tuo idolo”. Il misfatto: Per Marcio Santos, l’attrice hollywoodiana resta un mito da ammirare nei film e basta, perché nel corso della stagione segna solo due gol. Oltre ad altri due nella propria porta, quindi il conto è pari a zero! L’epilogo: Il bidone Marcio Santos viene passato all’Ajax, che dopo due stagioni mediocri lo scarica a sua volta nel campionato brasiliano: la parabola discendente è imboccata e peregrina tra numerose squadre senza spiccare più. Indice di bidonaggine: 75%

Latorre e Bati, la coppia svanita
Latorre e Bati, la coppia svanita

Diego Latorre, l’alter ego di Batistuta (92-93, 2 presenze in Serie A) – L’antefatto: Nel 1991 la Fiorentina acquista Gabriel Omar Batistuta: nonostante le difficoltà della società viola, il bomber c’è e si vede! Diego Latorre era il suo partner nel Boca, un buon trequartista nel giro della nazionale argentina, pronto per esordire nel calcio europeo. Il misfatto: Perché non riproporre la coppia d’oro anche in Toscana? Latorre viene pagato 3,5 miliardi e resta un anno a Buenos Aires perché la Fiorentina non può sforare il limite di stranieri. Quando finalmente nel 1992 approda in viola… scompare. Gioca solo due (due!) partite per un totale di 18 minuti di gioco in un’annata maledetta che si conclude con la retrocessione. Nonostante ogni settimana sui giornali si parli di un suo inserimento nella formazione titolare, il giocatore finisce dritto nel dimenticatoio. L’epilogo: Terminata l’anonima parentesi italiana, Latorre si riscatta nella Liga spagnola prima di tornare nel Boca, ma il proseguo della sua carriera non sarà certo all’altezza di quello di Batistuta! Indice di bidonaggine: 99%

Kanchelskis, rare gioie a Firenze
Kanchelskis, rare gioie a Firenze

Andrej Kanchelskis, il bidone Paperone (97-98, 26 presenze e 2 gol) – L’antefatto: Kanchelskis, russo di origini lituane, si mette in luce come talentuosa ala destra nel calcio ucraino. Il Manchester United lo rende una stella del calcio europeo: vince due Premier ed una Coppa delle Coppe prima che un certo David Beckham non lo costringa a trasferirsi all’Everton. Fa bene pure qui, e giunge a Firenze con la fama della matura stella con ancora molto da dire. Il misfatto: Acquistato nel gennaio del ’97 da Cecchi Gori per la modica cifra di 15 miliardi (Zidane era costato alla Juventus esattamente la metà un anno prima), Kanchelskis riceve un contratto principesco: un triennale da 5 miliardi a stagione. Ronaldo ne prende “appena” uno in più nell’Inter. Sul campo però Kanchelskis, nonostante le lodi dell’ambiente, si vede poco e gioca male. Nella seconda stagione colleziona meno presenze di Bettarini e Tarozzi, segnando appena due reti striminzite, ed infortunandosi gravemente nello spareggio Russia-Italia valido per le qualificazioni a Francia ’98. Quando è troppo è troppo. L’epilogo: Viene ceduto ai Rangers, dove ritrova la forma e conclude in seguito la carriera, costellata da ricchi stipendi, dopo alcune comparsate nella Premier League. Grande viveur ed appassionato di mare, possiede ancora una stupenda casa a Firenze. Indice di bidonaggine: 100% e lode

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Raccolta indifferenziata – la Flop 5 dei bidoni bianconeri

Ian Rush: leggenda nel Liverpool, bidone nella Juve
Ian Rush: leggenda nel Liverpool, bidone nella Juve

Diciamo la verità: la Juventus è sempre stata molto oculata negli acquisti e rispetto alle altre squadre italiane di cantonate non ne ha prese moltissime. Ma scavando nella memoria, qualcosa abbiamo trovato. Ecco la “hall of shame” dei peggiori acquisti della Vecchia Signora!

Tiago Mendes, il punto fermo (07-10, 42 presenze in Serie A) – L’antefatto: La Juventus torna in Serie A dopo l’anno di purgatorio causato dal terremoto Calciopoli. La squadra necessita di nuove stelle per tornare rapidamente tra le big e Tiago, elegante centrocampista del Lione con ottimi trascorsi nel Benfica, nel Chelsea e nella Nazionale lusitana, sembra un affarone. Viene pagato “appena” 14 milioni di euro. Il misfatto: Ranieri gli preferisce spiccatamente Cristiano Zanetti e la prima stagione di Tiago è in chiaroscuro. La seconda stagione va un pochino meglio, ma nella terza torna a giocare male come nei primi tempi: è lentissimo e commette parecchi errori. Dopo tre stagioni sul filo del rasoio, se ne va sbattendo la porta e dichiarando che il calcio italiano non gli piace. L’epilogo: Nel 2010 passa in prestito all’Atletico Madrid con diritto di riscatto. Tiago gioca bene, ma il club non lo riscatta: tuttavia, il matrimonio tra il giocatore e la Juve è naufragato da un pezzo ed il portoghese ottiene la rescissione del contratto, tornando così a Madrid a parametro zero. Sta ancora lì, ormai fuori dal giro della nazionale ma molto utile alla formazione bianco-rosso-blu. Indice di bidonaggine: 50%

blanchardJocelyn Blanchard, la scommessa di passaggio (98/99, 12 presenze in Serie A) – L’antefatto: Ha una lunga esperienza nel calcio francese con le maglie di Dunkerque e Metz: con quest’ultimo club, nel 97/98 conquista un sorprendente secondo posto. Blanchard è un centrocampista centrale di buona tecnica, occasionalmente segna pure qualche gol. Gli manca giusto il salto di qualità per arrivare in Nazionale, ed il passaggio alla Juventus sembra la grande occasione. Il misfatto: La scommessa Blanchard viene persa. Disputa poche partite e gioca malissimo, deludendo le – a dire il vero poche – aspettative. La stagione successiva riceve già il biglietto di ritorno per il suo paese. L’epilogo: A casa torna ad essere un buon giocatore nelle file del Lens, prima di chiudere la carriera da protagonista nel campionato austriaco, vincendo un titolo e tre coppe nazionali con l’Austria Vienna. Si ritira e torna a Lens come dirigente. Un’ottima carriera, a parte la sfortunata parentesi bianconera. Indice di bidonaggine: 60%

Esnaider_GN1Juan Eduardo Esnaider, il Del Piero dei poveri (99-00, 16 presenze in Serie A) – L’antefatto: l’attaccante argentino Esnaider entra nel giro della nazionale dopo ottime prestazioni nella Liga spagnola, soprattutto a Saragozza dove vince la Coppa delle Coppe del 1995. Forte di testa ed abile nel gioco di squadra, ha però un caratteraccio che lo porta spesso a lasciare il campo anzitempo. La Juventus, a causa del brutto infortunio di Del Piero, necessita urgentemente di un nuovo leader offensivo. Il misfatto: Nel gennaio del 1999 i bianconeri pagano 12 miliardi all’Espanyol ed Esnaider firma un ricco triennale con la società torinese. In realtà rimane un annetto: in campionato non segna mai, sigla giusto un paio di gol inutili nelle coppie e quando torna il Pinturicchio per Esnaider non c’è più spazio. L’epilogo: Torna al Real Saragozza nel 2000 e riprende a giocare bene, ma sono gli ultimi squilli di tromba della carriera. Nelle successive esperienze tra Portogallo, Francia, Spagna ed Argentina gioca poco e segna pochissimo. Indice di bidonaggine: 75%

rushIan Rush, il bomber nostalgico (87-88, 29 presenze e 7 reti in Serie A) – L’antefatto: Il gallese Rush è un’autentica leggenda del calcio britannico. Nel Liverpool segna miriadi di gol, tanto che i tifosi dei Reds aggiungono ad un “Dio salva” scritto su un muro un goliardico “…e Rush segna su respinta”. La Juventus, orfana di Platini, è ancora alla ricerca della grande stella internazionale in grado di riportare i bianconeri a grandi livelli. Rush è la scelta migliore: un pedigree mostruoso e due Coppe dei Campioni in bacheca. Il misfatto: L’attaccante gallese a Torino si ambienta malissimo: non impara l’italiano, si trova male con la guida a destra, arriva tardi agli allenamenti e accusa parecchi infortuni, anche perché i difensori italiani menano parecchio. Segna poco e non lascia tracce degne di Platini, manco per niente: 14 gol tra campionato e coppe senza troppa gloria. L’epilogo: Boniperti ringrazia e rispedisce Rush al mittente: tornato nel suo habitat naturale, il gallese torna ad infiammare Anfield Road per lunghi anni. In seguito dichiara che in Italia si era trovato male in quanto tutti gli parlavano… in italiano! Indice di bidonaggine: 80%

Zavarov e Aljeinikov, in mezzo c'è Rui Barros
Zavarov e Aljeinikov, in mezzo c’è Rui Barros

Oleksandr Zavarov e Sergej Evgen’evic Aljenikov, l’Armata rotta (88-90, 90 presenze e 10 gol in due) – L’antefatto: Succede che Agnelli decide di investire sul calcio sovietico, a costo di mobilitare la FIAT. La prima scelta è Zavarov, stella della Dinamo Kiev che il tecnico Lobanovski paragona addirittura a Maradona: l’anno dopo viene raggiunto da Aljenikov, miglior giocatore della Dinamo Minsk. Zavarov riceve uno stipendio misero ed una FIAT Tipo, e la Juventus deve versare ingenti quote dell’operazione al ministero dello sport sovietico ed allo stato. Aljenikov invece viene acquistato praticamente per fargli compagnia, ed anche il suo ingaggio passa attraverso la pachidermica burocrazia dell’URSS. Il misfatto: Zavarov è forte, ma come in precedenza Rush – cui eredita l’appartamento messo a disposizione della società bianconera – vive l’esperienza torinese da totale pesce fuor d’acqua. Gioca male e non entra mai al top della forma, segnando solo 7 reti in due stagioni e palesando un carattere chiuso e malinconico. Manco Aljenikov riesce a legare con lui. A dire il vero, dei due Aljenikov è quello che si ambienta meglio e il mister Zoff lo schiera volentieri, essendo un giocatore abbastanza polivalente che se la cava sia in difesa che a centrocampo, ma a causa della sua lentezza viene soprannominato Alentikov dai tifosi. Con il duo sovietico la Juventus conquista giusto una Coppa Italia ed una Coppa UEFA, ma più che altro grazie alle magie di Roby Baggio. L’epilogo: Zavarov, che dell’Italia ne ha presto le scatole piene, emigra al Nancy con l’etichetta di nuovo Platini. Rimane cinque stagioni e non diventa il nuovo Platini, ma perlomeno giochicchia bene. Chiude nelle serie inferiori francesi prima di intraprendere una discreta carriera da allenatore che lo porta, nel 2012, anche sulla panchina della Nazionale ucraina. Aljenikov è un caso curioso: nel 1990 passa al Lecce, ma in due stagioni non combina granché, tanto che la sua auto viene presa a sassate dai tifosi leccesi (!). Va a guadagnare un po’ di yen nel Gamba Osaka e chiude la carriera nel… Corigliano Schiavonea! In seguito allena squadre dilettanti italiane e si trasferisce nel Salento. La sua ultima esperienza come allenatore lo vede sulla panchina del Dainava Alytus (Lituania). Indice di bidonaggine: incalcolabile

Raccolta indifferenziata: la Flop 5 dei bidoni biancocelesti

dela 2La nostra rubrica dedicata ai peggiori bidoni del mondo del calcio è iniziata sotto il segno della Lupa: per par condicio, dopo l’AS Roma ci dedichiamo all’altra metà del calcio capitolino, ovvero la Lazio. Una curiosità: tutti i bidoni presenti in quest’articolo parlano spagnolo, a parte Makinwa! Abbiamo lasciato fuori dalla graduatoria Cissé (che ce l’ha messa tutta) e Zarate, che almeno il primo anno giocò bene prima di rivelarsi un fuoco di paglia.

gonzalez
Esteban Gonzalez

5 – I Misteriosi Sudamericani (2004-2005, 9 presenze in Serie A) – L’antefatto: Claudio Lotito compra la Lazio e a pochi giorni dall’inizio del campionato capisce che a disposizione del tecnico Mimmo Caso ci sono solo Di Canio, i ragazzi della primavera e le sagome della barriera per gli allenamenti. In fretta e furia mette sotto contratto giocatori noti (tipo Rocchi e i gemelli Filippini) e meno noti, ovvero un contingente di misteriosi sudamericani che, a parte Talamonti, non lascerà traccia. Il misfatto: Miguel Mea Vitali è il capitano della nazionale venezuelana. Centrocampista con illustri precedenti in Italia (Poggibonsi), con la maglia della Lazio non scende mai in campo. Ma mai, proprio. L’argentino Brian Robert è invece un ragazzino biondo, trequartista si dice, che viene mandato in prestito a Catanzaro senza disputare mai gare con la Lazio. Poi c’è il più fortunato di tutti, Esteban Gonzalez: ex-centrocampista del Gimnasia La Plata, colleziona ben (!) 3 presenze nella massima serie. Non dimentichiamoci infine di Matias Lequi: titolare nell’Atletico Madrid, con la casacca biancoceleste si vede in campo solo 6 volte al centro della difesa, senza impressionare. L’epilogo: Nove presenze totali in Serie A è il magro bottino raccolto da questi quattro giocatori. Il buon Talamonti, da solo, ne colleziona 12 (segnando pure un gol all’Inter). Mea Vitali prosegue la propria carriera in giro per il mondo: dopo una parentesi nel Sora, si esibisce pure in Grecia e nel Liechtenstein prima di tornare in patria. Curiosamente, nonostante una carriera a livello di club piuttosto sottotono, rimane sempre titolarissimo in nazionale. Robert e Gonzalez vengono rispediti ben presto nel campionato argentino, mentre Lequi si riscatta parzialmente nel Celta Vigo ma attualmente è svincolato. Lotito è avvertito, non si sa mai volesse riprovarci. Indice di bidonaggine: non calcolabile

makinwa4. Stephen Makinwa, talento fuori gioco (2006-2012, 45 presenze e 3 gol in Serie A) – L’antefatto: Il nigeriano Makinwa arriva giovanissimo in Italia. Dopo una gavetta lunghissima inizia ad ingranare con le maglie di Genoa, Atalanta e Palermo: è un attaccante veloce e potente, magari non segna molto ma ci si può lavorare. Il misfatto: La Lazio lo acquista in comproprietà come rimpiazzo di Rocchi e Pandev, e dopo una prima stagione condita da 3 gol (che resteranno gli unici) lo riscatta, spendendo in tutto 6,3 milioni di euro. Ma Makinwa, incredibilmente, sparisce. Passa due stagioni in prestito alla Reggina ed al Chievo, segnando in tutto un gol ed infortunandosi spesso. La Lazio non ci crede più e lo manda in prestito anche al Larissa, in Grecia, dove non si schioda dalla media di un gol a stagione. L’ultima stagione a Formello la passa senza giocare. L’epilogo: A soli 29 anni Makinwa si ritrova senza squadra. Dalla Serie A passa alla Lega Pro (Carrarese), riprendendo perlomeno a giocare e segnare. Dopo un’esperienza in Cina, attualmente si porta dietro i suoi rimpianti nel Nova Gorica, campionato sloveno. Indice di bidonaggine: 60%

carrizo3. Juan Pablo Carrizo, la gambeta sbilenca (2007-2013, 25 presenze e 35 gol subiti in Serie A) – L’antefatto: Carrizo esplode nel River Plate e sembra destinato a diventare il portiere del futuro della nazionale albiceleste. La Lazio deve ancora trovare un degno erede del grande Peruzzi, e decide di puntare su di lui. Il misfatto: Lotito rompe il salvadanaio e caccia 7 milioni e mezzo di euro per portarlo a Formello. A causa di problemi burocratici relativi alla sua naturalizzazione, occorre aspettare un anno per vederlo in azione: i risultati sono però deludenti. La sua gambeta, la finta per uccellare gli attaccanti in dribbling, causa più apprensione che applausi e dopo tante incertezze finisce in panchina a favore del più sicuro Muslera. L’epilogo: Carrizo esce dal giro della Nazionale e peregrina in prestito in varie squadre, senza tornare ai livelli di inizio carriera. Attualmente è il rincalzo di Handanovic all’Inter. Indice di bidonaggine: 70% 

de la pena2. Ivan de la Peña, il piccolo Buddha d’oro (1998-1999; 2001-2002, 15 presenze in Serie A) – L’antefatto: Cresciuto nella cantera blaugrana, de la Peña sembra proiettato a recitare un ruolo di prim’ordine nel centrocampo del Barça: ha classe ed assist da vendere. Tuttavia il nuovo tecnico van Gaal non lo vede troppo bene, e finisce sulla lista dei trasferimenti. Il misfatto: A fine anni ’90 la Lazio conosce il massimo splendore economico, tanto che patron Cragnotti acquista il centrocampista spagnolo per 30 miliardi di lire e ricoprendolo d’oro: 6 miliardi a stagione, cifra che lo pone dietro solo a Maradona e Ronaldo per quanto riguarda il top degli ingaggi italiani. I biancocelesti hanno però fin troppo talento a centrocampo, con i vari Almeyda, Veron, Nedved e compagnia bella: de la Peña gioca poco, si impegna ma deve far fronte pure agli infortuni e ai dubbi di Eriksson. Diventa suo malgrado un flop clamoroso, però conquista il pubblico con la sua simpatia. L’epilogo: Lo spagnolo finisce per due anni in prestito, prima al Marsiglia e poi al nido catalano. Torna a Roma per la stagione 2001-2002, dove scende in campo solo una volta (!). Il suo riscatto avviene a Barcellona, sponda Espanyol, squadra di cui diviene leader e capitano per otto stagioni conquistando pure la nazionale e concludendo la carriera all’altezza del proprio potenziale. Indice di bidonaggine: 90% 

Gaizka_Mendieta1 – Gaizka Mendieta, campione smarrito (2001-2002, 20 presenze in Serie A) – L’antefatto: Mendieta, basco D.O.C., è l’anima di quel Valencia che sfiora due volte la Champions League, fermandosi solo in finale. Centrocampista di tecnica, corsa e grinta, sembra perfetto per rilanciare una Lazio che tenta di rientrare tra le pretendenti al titolo. Il misfatto: La cifra spesa per Mendieta è astronomica: 43 milioni di euro. Il centrocampista gioca però solo 20 partite in Serie A, più qualcuna nella sfortunata stagione in Champions dei biancocelesti. Mendieta sembra l’ombra di se stesso, non riesce mai a rendersi protagonista e non segna manco un gol. L’epilogo: Nonostante l’annata disastrosa disputa un buon Mondiale e torna in prestito in Spagna, dove gioca con continuità nel Barcellona. Chiude la carriera al Middlesbrough tra mille infortuni, senza mai tornare ai livelli di Valencia e confermandosi come la massima cantonata dell’era Cragnotti. Indice di bidonaggine: 100% e lode

Raccolta indifferenziata: la Flop 5 dei bidoni giallorossi

Adriano2

Il nostro blog tratta tutte le tematiche pallonare a 360°: poteva mancare una rubrica sui bidoni? Ovviamente no! La strutturiamo così: presenteremo una Flop 5 dei peggiori affari delle società italiane (se ci gira, magari pure estere). Oggi partiamo con la magica Roma: tutto sommato di bidoni clamorosi ne ha presi pochi, ma… impossibili da dimenticare!

Fabio Junior5. Fábio Júnior, il nuovo Fenomeno (1999-00, 16 presenze e 4 gol) –   L’antefatto: Gli anni zero del nuovo millennio sono ricchi di soldi e speranze: i talenti pullulano e la Serie A è l’Eldorado. L’Inter compra Ronaldo e le big di conseguenza devono attrezzarsi. Zeman chiede alla dirigenza di comprare Shevchenko, ma la società decide di investire 30 miliardi in colui che è considerato il nuovo Fenomeno: Fábio Júnior, stellina del Cruzeiro nel giro della nazionale verdeoro. Il misfatto: Fábio Júnior non si rivela proprio uguale a Ronaldo: è un pennellone lento e segna poco. Viene presto chiuso dalla concorrenza di Totti, Delvecchio e Montella e con soli 4 gol all’attivo la sua esperienza italiana si conclude mestamente. L’epilogo: Diventa un giramondo e milita negli Emirati, in Germania ed in Israele, senza ritrovare la vena dei primi anni di carriera. Dal 2010 milita nell’América di Belo Horizonte, nella Serie B brasiliana: lì un bel po’ di gol li ha fatti, in effetti. Indice di bidonaggine: 75%

Andrade4. Jorge Luis Andrade da Silva, la moviola in campo (1988-1999, 9 presenze) – L’antefatto: Campione pluridecorato del Flamengo con sporadiche presenze in Nazionale, Andrade viene portato a Roma per sostituire, nell’immaginario della dirigenza, il Divino Falcao. Viene pagato 1 miliardo e mezzo di lire e i tifosi lo ribatezzano Marajà. Il misfatto: Andrade è completamente fuori forma: la maglietta si allarga attorno al punto vita ed in campo sembra un punto fermo, tanto che da Marajà diventa Er Moviola. Assieme a Renato forma un duo di brasiliani pasticcioni e lenti di inusuale mediocrità. L’epilogo: Torna a giocare in patria e per quasi dieci anni latita in squadre di secondo o terzo piano. Indice di bidonaggine: 80%

Renato Portaluppi3. Renato Portaluppi, l’ala playboy (1988-1989, 28 presenze) – L’antefatto: Renato è un’ala brasiliana di grande successo: titolare della Nazionale (in anni in cui però i verdeoro non sono proprio fortissimi), col Grèmio conquista una Libertadores ed una Intercontinentale. A 28 anni sembra all’apice della carriera e la Roma lo porta in Serie A assieme al connazionale Andrade, pagandolo 3 miliardi di lire. Appena giunto a Trigoria si distingue per umiltà: si definisce più forte di Gullit e Maradona. Il misfatto: Renato sembra essersi dimenticato come si gioca a calcio non appena tocca piede in Italia: infatti non azzecca un dribbling, un tiro o un assist. Ogni settimana annuncia che il suo momento grigio è vicino alla fine, ma ciò non avviene mai. Si distingue solo per le sue doti da playboy. L’epilogo: Quando i tifosi della Roma espongono lo striscione A Renato, ridacce Cochi, la dirigenza capisce di aver preso una sòla. A fine stagione Portaluppi torna in Brasile, conclude la carriera e diventa un allenatore di successo. Indice di bidonaggine: 88%

Adriano2. Adriano Leite Ribeiro, attaccante di peso (2010-11, 5 partite) – L’antefatto: Adriano è uno dei più grandi talenti del calcio brasiliano del nuovo millennio: potente, veloce e dotato di un tiro terrificante. Con le maglie del Parma e dell’Inter colleziona grandi prestazioni, ma poi torna in Brasile a causa di un comportamento fuori dal campo non proprio esemplare. Il misfatto: Adriano ingrassa vistosamente, ma è reduce di una buona stagione al Flamengo. A suo rischio e pericolo, la Roma punta sul suo rilancio: flop totale. Il precampionato è decente, ma tra infortuni vari colleziona pochissime presenze senza lo straccio di un gol in campionato, nonostante avesse promesso di farne addirittura venti. L’epilogo: Torna di nuovo in Sudamerica, ma è praticamente un ex-giocatore. Attualmente è svincolato. Indice di bidonaggine: 95%

Cesar Gomez1. César Gómez, il venditore di auto (1997-2001, 3 presenze) – L’antefatto: Difensore spagnolo dotato di buona tecnica, si mette in luce nel Tenerife e Zeman lo reputa perfetto per rinforzare la retroguardia giallorossa. Firma un quadriennale da un miliardo e mezzo, mentre al Tenerife ne vanno sei. In realtà César Gómez è il ripiego di una lista che include Nadal e Stam, che però non c’è verso di portare a Trigoria. Il misfatto: Un fantasma. César Gómez gioca tre partite (tre!) in circa quattro anni. Finisce ben presto fuori rosa e rifiuta di andarsene, restando fino a fine contratto da autentico turista nella capitale. L’epilogo: César Gómez si ritira dal calcio ed apre una concessionaria di automobili all’EUR. Indice di bidonaggine: 100% e lode

PS. Ci segnalano un aneddoto su César Gómez: pare che fu acquistato a causa di un disguido “tecnico”, in quanto Zeman si riferiva a Paz e non a lui quando rimase meravigliato da quel forte difensore in azione con la maglia del Tenerife. Scambio di persona!