Bert Trautmann, Manchester City

Trautmann, da prigioniero a stella dei Citizens

Prima o poi faranno un grande film sulla vita di Bernhard Carl Trautmann, meglio noto come Bert, ex portiere tedesco del Manchester City che difese i pali del club dal 1949 al 1964 collezionando ben 545 presenze. Ma oltre all’aspetto statistico, ci sono numerosi altri aneddoti che riguardano questo giocatore.

Nato a Brema il 22 ottobre del 1923, Bernhard è il primogenito di una tranquilla famiglia della working class. Fin da ragazzo pratica numerosi sport; eccelle nel calcio e nell’atletica. Nel 1933 entra a far parte del Jungvolk, organizzazione antesignana della Gioventù hitleriana. In seguito partecipa alla Seconda guerra mondiale come membro della Luftwaffe, in qualità di operatore radiofonico. La sua carriera nelle fila delle unità naziste lo porta a combattere su più fronti, incluso quello orientale. Viene catturato sia dai sovietici che dai partigiani francesi, e in entrambi i casi riesce a scamparla; al terzo imprigionamento decide di arrendersi, in quanto capisce che la fine della guerra è vicina. Da Ostenda gli Alleati lo portano in un campo di prigionia dell’Essex, in Inghilterra, dove viene ritenuto il classico ragazzo indottrinato fin da bambino all’ideologia hitleriana. Dopo la sua “denazificazione” e le prime esperienze lavorative, ha l’opportunità di tornare in Germania ma decide di restare a vivere nel Regno Unito. Inizia a giocare nel St. Helens Town come portiere e la sua fama lo porta presto a calcare un palcoscenico più importante. Proprio mediante il calcio conosce la sua prima moglie, Margaret, figlia del segretario del club.

Trautmann e il suo Maine Road
Trautmann e il suo Maine Road

Nel 1949 Trautmann, conteso da numerose società, si accasa al Manchester City. L’accoglienza del pubblico del Maine Road è furiosa, tanto che inizia un boicottaggio nei suoi confronti; nessuno sembra voler dimenticare i suoi trascorsi. I Citizens richiamano l’anziano Frank Swift per difendere i pali, fino a che il capitano della squadra non si decide a rilasciare una dichiarazione conciliante. Eric Westwood, veterano della Normandia, afferma che nello spogliatoio non ci sono guerre e pertanto “Bert” è ben accetto dai suoi nuovi compagni di squadra.

Trautmann, agile come pochi
Trautmann, agile come pochi

Il portiere ha così modo di esordire nella massima divisione inglese, ma fatica a mantenere la concentrazione in quanto continua a essere oggetto degli insulti degli spettatori: gli danno del “crauto” e, inevitabilmente, del “nazi”. Trautmann, nel computo di una rosa poco brillante, riesce a ignorare quell’ambiente ostile al punto da sfoderare prestazioni eccellenti e – finalmente – diventare un beniamino dei tifosi mancuniani. Rifiuta un’offerta dello Schalke 04 e rimane nei Citizens, raggiungendo la sua prima finale di FA Cup nel 1955. A vincere è però il Newcastle. Poco male, perché la stagione successiva, il City è di nuovo in finale e stavolta l’avversario è il Birmingham City. Sono segnali di una ripresa dovuta alle innovazioni del tecnico Les McDowall, che sfrutta abilmente i terzini e il ruolo di Don Revie – futuro CT inglese – come collante tra centrocampo e attacco. Lo stesso portiere viene incaricato di dare il “la” alla manovra, senza rinviare il pallone a casaccio ma indirizzandolo proprio verso gli esterni bassi. Dotato di ottimi riflessi, Trautmann si distingue come pararigori e – come accennato – per interpretare il suo ruolo in ottica moderna, al pari dell’ungherese Gyula Grocsis. Il sovietico Lev Jashin una volta indica”quel ragazzo tedesco che gioca a Manchester” come unico portiere al suo livello.

Allenamenti d'altri tempi
Allenamenti d’altri tempi, Trautmann

La finale di FA Cup del 5 maggio del 1956, giocata come da tradizione a Wembley, è il momento più famoso della carriera di Trautmann. Anzitutto perché prima del match contro il Birmingham viene nominato miglior giocatore del campionato inglese appena concluso; un riconoscimento che lo ripaga dello scetticismo iniziale dei britannici. In campo, il Manchester City si porta sul 3-1 ma alla mezz’ora della ripresa, a causa di uno scontro con l’avversario Peter Murphy, Trautmann sembra essersi gravemente infortunato al collo. L’impatto è violento, come si evince dal filmato del Guardian presente all’inizio del post. Il portiere teutonico rimane in campo nonostante, per rianimarlo, siano stati chiamati in causa persino i sali. La sua vista – come racconterà in seguito – è offuscata dal dolore, ma si rende protagonista di una prestazione decisiva che impedisce agli avversari di riaprire la partita. I Citizens vincono la FA Cup e Bert riceve i complimenti del Principe Filippo, ma nei giorni successivi continua a lamentare un dolorino al collo. Dopo una analisi in ospedale, scopre di avere cinque vertebre dislocate: praticamente, ha concluso la partita col collo spezzato!

Trautmann felice e ignaro di avere il collo a pezzi
Trautmann felice e ignaro di avere il collo a pezzi

Dopo una lunga riabilitazione, torna in campo a metà della stagione successiva. Rimane il portiere del Manchester City fino al 1964, prevalentemente da titolare, e si ritira nel 1965 dopo un’annata nel Wellington Town. La Germania non lo ha mai convocato per rappresentare la propria nazionale, in quanto ha sempre militato all’estero; avrebbe potuto vincere i Mondiali del 1954, anche se a onor del vero in quel periodo sarebbe entrato in competizione con Toni Turek, leggendario portiere del Fortuna Dusseldorf.

Appesi i guanti al chiodo, Trautmann diventa allenatore e in queste vesti ha modo di tornare in patria per guidare alcune piccole formazioni. Sotto l’egida della Federcalcio tedesca si specializza nella figura di Commissario Tecnico delle nazionali emergenti, allenando Birmania, Tanzania, Liberia e Pakistan. Nel 1988 si ritira dal mondo del calcio e spende i suoi ultimi anni di vita in Spagna, al sole valenciano; nel 2004 viene nominato Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico e rimane attivo in iniziative legate alla promozione dello sport. Quando muore, nel 2013, il Regno Unito si ferma per la perdita di uno dei giocatori più rappresentativi della storia del calcio locale e non solo. A suo modo è stato un ambasciatore dello sport e ha saputo far dimenticare, almeno sul campo di pallone, le tensioni dell’orrore bellico.

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