Mese: luglio 2015

Forever Young – I talenti spariti (quasi) nel nulla (parte VI)

Hugo Maradona: l'amore fraterno non è bastato
Hugo Maradona: l’amore fraterno non è bastato

Eccoci qui con una nuova puntata della nostra rubrica sugli assi del pallone smarriti nel mazzo del grande calcio. Oggi ci occupiamo di giocatori legati alla Serie A, atleti dal potenziale non espresso (Ban, Roccati), espresso altrove (Delgado e Vakouftsis) o soltanto presunto (Hugo Maradona). Buona lettura!

Ban in maglia juventina
Ban in maglia juventina

Zoran Ban, il Boksic mancato – Centravantone croato grosso quanto un armadio, si mette in luce giovanissimo con la casacca del Rijeka, la squadra di Fiume. Viene notato dalla Juventus e nel 1993 passa alla corte della Vecchia Signora allenata da Trapattoni. Con Baggio, Ravanelli, Vialli e lo scalpitante Del Piero in Rosa, per Ban lo spazio si riduce a due sole presenze: migra così in Portogallo, dove gioca poco. Il Pescara decide di dargli una seconda possibilità nella nostra penisola, ma anche nella serie cadetta non riesce a collezionare troppi gettoni di presenza. Per sua fortuna trova l’Eldorado nel campionato belga, dove gioca per sei anni con tre squadre diverse conquistando un bottino di gol che finalmente lo consacra, perlomeno, come prospetto interessante. Arriva così la terza chance di giocare nel nostro paese: nel 2004 viene acquistato dal Foggia e gli inizi sono incoraggianti, ma a causa di problemi di salute della moglie deve tornare in patria. Si tratta dell’epilogo della sua carriera, un po’ sottotono rispetto alle premesse.

Delgado, red card in Romania
Delgado, red card in Romania

Alfonso Roberto Delgado, lo spagnolo errante – Nato nel 1986 nelle Isole Canarie, Delgado viene integrato nella rosa della Lazio di Roberto Mancini nella stagione 2003-04. Davanti a lui ci sono Corradi, Claudio Lopez, Simone Inzaghi e Muzzi, e lo spazio non è molto. Eppure, seppur giovanissimo, si toglie la soddisfazione di regalare un assist a Zauri che vale la vittoria dei biancocelesti contro l’Inter, e si aggiudica anche la Coppa Italia. L’attaccante iberico resta a Roma anche la stagione successiva, dove nel crogiuolo di giocatori acquistati in fretta e furia dal neo-presidente Lotito finisce per smarrirsi. Tuttavia è considerato un attaccante veloce e di talento, si parla di una possibile naturalizzazione italiana per portarlo nell’Italia Under-21. Ma la carriera di Delgado non impenna: gioca tre stagioni molto positive a Potenza, nelle serie minori, e riassaggia il medio-grande calcio giocando nelle file dei romeni del Cluj e del Vaslui. In seguito torna in Italia e gira parecchie squadre di Serie D: attualmente milita nel Cynthia di Genzano. Il salto di qualità non è mai arrivato, ma è rimasto un bomber di categoria di tutto rispetto.

Diego vs Hugo, sfida impari
Diego vs Hugo, sfida impari

Hugo Hernan Maradona, il fratello d’arte  – Hugo è uno dei due fratelli minori del leggendario Pibe de Oro (l’altro è noto come Lalo). Fisicamente si somigliano molto, hanno pure lo stesso ruolo, ovvero ispirare il gioco con la tecnica. Inoltre, a detta di sua maestà Diego, Hugo è persino più forte di lui. Sarà vero? Dopo gli esordi nell’Argentinos Juniors, su pressione del fratellone il ragazzo viene portato a Napoli. Ma spazio per lui non ce n’è, tanto che dalla società partenopea passa direttamente all’Ascoli allenato da Castagner. I marchegiani sono in un periodo positivo, la squadra è ben assortita e può vantare la presenza di un grande attaccante come il brasiliano Casagrande. Tuttavia, in bianconero il piccolo Maradona fallisce: inizialmente gioca con continuità, ma si capisce che il vero Pibe è uno solo. L’Ascoli termina la stagione al dodicesimo posto e si toglie lo sfizio di eliminare il super Milan dalla Coppa Italia, ma Hugo contribuisce ben poco e non segna nemmeno un gol. Fortunatamente è giovane, ha tutta la vita davanti, e la carriera lo porta a girare letteralmente mezzo mondo. Dopo due esperienze così così con le maglie di Rayo Vallecano e Rapid Vienna, si ritaglia un discreto spazio nel calcio nipponico. A nemmeno trent’anni appende gli scarpini al chiodo e va a vivere a Napoli, dove per un periodo dirige la scuola calcio Mariano Keller. Non è degna di nota la sua successiva carriera come allenatore. Dei due fratelli minori di Maradona, è quello che ha giocato a livelli migliori, perché Lalo il campo lo ha visto rare volte.

Roccati, portiere sottovalutato
Roccati, portiere sottovalutato

Marco Roccati, da titolare a riserva – Tra i portieri più interessanti del triennio 1997-1999 non si può non citare Roccati. Arriva poco più che ventenne all’Empoli, dove conquista la maglia di titolare a discapito dei più esperti Pagotto e Kocic e contribuisce molto alla salvezza dei toscani, parando peraltro un rigore a Signori nella sua prima partita dal primo minuto. Il Bologna vede in lui il portiere del futuro, magari per rimpiazzare l’anziano Pagliuca: viene girato in prestito al Perugia, ma in seguito non scenderà mai in campo con i rossoblu, finendo ancora in prestito alla Pistoiese. Nel 2000 tenta l’avventura in Scozia nelle file del Dundee. In squadra ci sono tanti italiani: De Marchi, Ivano Bonetti, Billio, Musso e Romano, ma soprattutto c’è il leggendario Claudio Caniggia. Nella Premier scozzese gioca 19 partite prima di tornare in Italia e disputare il resto della carriera come secondo portiere in numerose squadre tra cui Napoli, Ancona e Fiorentina. Si ritira nel 2008 dopo un’esperienza nella Canavese, forse con qualche rimpianto.

Vakouftsis in azione con la maglia viola
Vakouftsis in azione con la maglia viola

Georgios Vakouftsis, il bomber delle squadre alla deriva – Cresciuto nel vivaio del Panathinaikos, Vakouftsis viene acquistato dalla Fiorentina quando ha soli diciannove anni. Gioca perlopiù nella primavera, chiuso inizialmente dai numerosi campioni degli ultimi scampoli dell’era Cecchi Gori. Nell’ultima stagione, la 2001-02, scende in campo sette volte in Serie A, nonostante la presenza di veterani ultradecorati come Chiesa, Ganz, Mijatovic e stelle del calibro di Adriano e Nuno Gomes. Ma si tratta dell’epilogo della vecchia Fiorentina, che a fine anno fallisce e deve ripartire dalla serie minori. Lui si ritrova senza squadra ed approda al Ravenna, dove gioca poco e… perde di nuovo il lavoro, dato che anche i giallorossi al termine della stagione dichiarano bancarotta. Stufo della precaria situazione del calcio italiano, approda nel campionato cipriota: sull’isola Vakouftsis si sblocca e diventa un bomber acclamato con le maglie di APOEL Nicosia ed Omonia. Nel 2007 torna in patria, ma le sue ultime esperienze sono avare di presenze e gol. Non ha mai giocato nella nazionale greca.

Matthias Sindelar: il Mozart del calcio che sfidò il nazismo

Sindelar in palleggio
Sindelar in palleggio

Certe storie sembrano davvero tratte da un film o da un libro, anche se a pensarci bene neppure la più brillante delle fantasie può pensare di correre a tal punto da mostrare le spalle alla realtà. La storia di Matthias Sindelar è vincente e tragica allo stesso tempo, ed attinge dall’abisso torbido delle ingiustizie legate ad un periodo lontano come quello dei totalitarismi in Europa.

Sportivamente parlando, chi è Sindelar? Non se ne parla quasi mai. Nello Governato qualche hanno fa ci ha scritto su un bel romanzo, La partita dell’addio, ma per il resto è difficile che ne abbiate sentito parlare. Ma se ogni epoca ha le sue stelle, prima di Maradona, Pelé ed Eusebio negli anni ’30 troviamo proprio questo geniale attaccante austriaco noto come il Mozart del calcio. Il perché è presto detto: Sindelar è un biondino, pallido e gracile, nato in un paesino della Moravia nel 1903 e cresciuto nella classe operaia viennese. Rimane orfano del padre dopo la Prima guerra mondiale, e non gli resta che rimboccarsi le maniche ed aiutare la famiglia a tirare avanti lavorando come meccanico, oltre che giocare a pallone. Nelle foto dell’epoca sembra quasi scomparire dentro la maglia da calcio, e ad inizio carriera più che Mozart lo definiscono Der Papierene (carta velina). Ma in campo Matthias è un demonio dai movimenti eleganti, che dribbla tutto e tutti come se si trattasse di birilli. A Sindelar non basta segnare palate di gol: ci tiene a farlo in un certo modo, mandando in visibilio i tifosi dell’Austria Vienna, il suo club. Si narra di come a volte si diverta a mettere tutti a sedere a suon di finte, per poi fermarsi davanti alla porta sguarnita ed attendere che tornino indietro gli avversari, per irriderli nuovamente. Ai difensori non resta che chinare il capo e rosicare sconsolati.

La fama del Mozart in calzoncini diventa ben presto internazionale e l’Austria Vienna vive il suo periodo d’oro, imponendosi come una delle squadre più forti del vecchio continente. Ma c’è di più, perché Sindelar è anche il pilastro di quella Nazionale austriaca che in quegli anni esprime il suo momento migliore guadagnandosi il soprannome di Wunderteam (squadra delle meraviglie). Sotto la guida di Hugo Meisl, l’Austria sciorina un gioco spettacolare caratterizzato dall’offensività. Le batoste ai danni degli avversari son terribili: memorabili un 5-0 ed un 6-0 rifilati ai tedeschi e persino un 8-2 ai talentuosi ungheresi. Ai Mondiali del 1934 gli austriaci si presentano in Italia come una delle squadre favorite, ed arrivano a sfidare proprio i padroni di casa in semifinale. L’Italia punta molto sullo sport per lanciare la propria immagine di nazione gagliarda e virile, e qualcosa lascia supporre che l’arbitro svedese Eklind non voglia avere problemi con le autorità locali, ignorando bellamente le botte che Sindelar riceve dagli Azzurri. L’Italia vince 2-1, e purtroppo quello sarà il primo ed ultimo Mondiale del Wunderteam. Per Sindelar però arriva una consolazione: ricoverato in ospedale per riparare le gambe martoriate dalle pedate dei giocatori italiani, conosce un’insegnante milanese di religione ebraica, Camilla Castagnola, e finisce che se la sposa. Dulcis, in fundo.

Il Mozart del calcio al tiro
Il Mozart del calcio al tiro

Quattro anni dopo, all’alba dei Mondiali che si sarebbero disputati di lì a poco in Francia, avviene però l’Anschluss: l’Austria si sarebbe unita alla Germazia nazista, senza fare troppe storie. Per volere del Terzo Reich, il 3 aprile del 1938 si disputa una partita amichevole tra Austria e Germania nominata senza troppa fantasia Anschlussspiel (partita della riunificazione), praticamente una specie di ultima-partita-degli-austriaci. Ebbene si, il progetto di unire le due nazioni si sarebbe esteso anche all’ambito sportivo. Ma allo stadio Prater di Vienna quel giorno gli austriaci non hanno alcuna intenzione di fare una semplice comparsata e, Mein Gott!, vincono 2-0 grazie ai gol di Karl Sesta ed ovviamente di Matthias Sindelar. Poco male, pensano i tedeschi: tanti questi ai prossimi Mondiali giocheranno per noi. A fine partita però Sesta e Sindelar si rifiutano di fare il saluto nazista per omaggiare le autorità appollaiate in tribuna. Una sfida verso il rigido protocollo burino dei corvi del Führer. Sindelar poi si spinge oltre: si rifiuta pure di vestire la maglia della Nazionale tedesca, preferendo appendere gli scarpini al chiodo piuttosto che vendersi ai nuovi inquilini. Il Mozart del calcio non accetta le generose offerte che gli arrivano dall’estero, soprattutto dall’Inghilterra. Rimane nella sua Vienna a gestire l’elegante caffé che ha aperto con i soldi guadagnati durante la lunga carriera, non piegandosi a nessuna prepotenza e manifestando solidarietà verso il presidente della sua vecchia squadra, Michael Schwarz, costretto a lasciare il club in quanto ebreo.

Il 29 gennaio del 1939, ormai finito nella lista nerissima delle autorità perché contrario al regime e sposato con una donna ebrea, Matthias Sindelar e sua moglie vengono trovati morti nel loro appartamento di Vienna. Avvelenamento da monossido di carbonio. Sindelar e signora vengono sepolti alla svelta ed il caso viene archiviato nel buco nero delle vicende che conviene lasciar scivolare nella penombra, tra ipotesi senza via d’uscita. Ma il Mozart del calcio resterà nella storia come la stella che dribblò il nazismo, solo che come suo solito volle aspettare che gli avversari tornassero indietro per un ultimo, utopico, colpo di classe.