La storia sono loro – L’ultimo viaggio del Grande Torino

Il Torino entra in campo
Il Grande Torino entra in campo

Anni Quaranta. Il Torino – il Grande Torino – è molto più di una squadra di calcio, è una vera e propria attrazione la cui fama ha già superato i confini nazionali. Alla stregua di star del cinema, i fuoriclasse granata vengono chiamati in tutto il mondo per esibirsi: grazie a queste partite amichevoli, il Toro guadagna qualche soldo extra in quegli anni di certo non facili. Il primo maggio del 1949 infatti la squadra fa armi e bagagli dopo una sfida di campionato, e vola a Lisbona per giocare contro il Benfica una partita amichevole in onore del capitano biancorosso Francisco “Chico” Ferreira. In passato, Ferreira aveva stretto amicizia con il capitano granata Valentino Mazzola.

Difficile quantificare l’impatto che ebbe il Grande Torino sullo sport italiano. Aldilà dei numerosi trionfi sul campo da calcio, il Torino rappresentò una delle istituzioni più solide a cavallo tra gli eventi della Seconda guerra mondiale. Una squadra unica, sapientemente composta da Ferruccio Novo nel giro di pochi anni ed in grado di vincere cinque scudetti di fila tra il 1942 ed il 1949. Dal punto di vista statistico, il Grande Torino era qualcosa di impressionante: in quei campionati resi quasi epici dalle difficoltà degli spostamenti, i granata dominavano in lungo ed in largo dando spettacolo, segnando valanghe di gol e conquistandosi le simpatie degli appassionati sportivi.

La società granata ovviamente non vuole deludere le aspettative dei padroni di casa, e si presenta in Portogallo al gran completo. Qualcuno deve rinunciare alla trasferta, ad esempio il presidente Novo ha l’influenza mentre il celebre radiocronista Niccolò Carosio deve presenziare alla cresima del figlio. Rimane a casa anche il portiere di riserva Gandolfi: il veterano Aldo Ballarin convince la dirigenza a portare a Lisbona suo fratello Dino – terzo portiere della squadra – come premio per la grande abnegazione con la quale il ragazzo si allena nonostante non abbia occasioni di giocare.

Uno degli aneddoti leggendari del Grande Torino è il famoso “quarto d’ora granata”. Molto spesso le gare al Filadelfia erano poco più che una formalità, ed i giocatori se la prendevano comoda fino a che uno spettatore – Oreste Bolmida – non faceva partire tre squilli di tromba che spronavano i granata a fare sul serio. Capitan Mazzola si rimboccava le maniche, e per gli avversari iniziava l’incubo di dover affrontare una squadra di fenomeni in assetto da guerra. Tanto per far intendere, nella stagione 1947-48 il Torino fu capace di segnare qualcosa come 125 reti in 40 partite, vincendo 29 gare e perdendone solo 4.

In primo piano, Valentino Mazzola
In primo piano, Valentino Mazzola

Francisco “Chico” Ferreira ci ha visto giusto: il 3 maggio del 1949 la sfida col Grande Torino ha portato allo Stadio Nazionale ben quarantamila persone. Lo spettacolo è di quelli da leccarsi i baffi: le aquile e i tori non si risparmiano, anche se in palio c’è solo la gloria ed un trofeo di poco conto offerto dalla Olivetti. Il risultato finale è di 4-3 per i padroni di casa. A fine gara al ristorante Alvalade di Campo Grande si disputa una cena tra giocatori e dirigenti delle due squadre, suggellando una bella amicizia sportiva.

I giocatori del Grande Torino erano giocoforza anche la colonna portante della Nazionale italiana, nel vero senso della parola: l’11 maggio del 1947 l’allora Commissario tecnico Vittorio Pozzo, in occasione di una sfida contro l’Ungheria, mandò in campo addirittura per 10/11 una formazione composta da giocatori granata, un record tuttora imbattuto e virtualmente imbattibile. Negli anni Quaranta non si disputò alcun Campionato mondiale, ma è presumibile pensare che con talenti del genere gli Azzurri sarebbero stati un osso duro per tutti.

Il 4 maggio del 1949 la squadra granata sale su un trimotore Fiat G.12 per tornare a casa, il campionato non è ancora finito anche se il quinto Scudetto di fila è già praticamente in cascina. Alle 13 il velivolo atterra a Barcellona per uno scalo, dove i torinesi incrociano i giocatori del Milan diretti a Madrid, improvvisando un pranzo tutti insieme. Alle 14:50 il trimotore riparte, questa volta per raggiungere il capoluogo piemontese. Alle ore 16:55 dall’aeroporto di Torino-Aeritalia arriva la comunicazione delle pessime condizioni metereologiche cui si sta andando incontro: nebbia fitta come magli di ferro, pioggia e vento sferzanti. Il trimotore segue le indicazioni ma la visibilità è pressoché nulla, forse l’altimetro si inceppa sui 2000 metri confondendo il pilota, che pensa di essersi allineato con la pista dell’aeroporto finendo in realtà fuori rotta. Alle 17:03 avviene il terribile schianto con il terrapieno posteriore della Basilica di Superga, i passeggeri muoiono tutti sul colpo. Perdono la vita:
– i giocatori Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Julius Schubert
– i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri ed Andrea Bonaiuti
– gli allenatori Egri Erbstein e Leslie Lievesley ed il massaggiatore Osvaldo Cortina
– i giornalisti Renato Casalbore, Renato Tosatti e Luigi Cavallero
– l’equipaggio composto da Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Cesare Biancardi ed Antonio Pangrazi.

Un undici titolare
Un undici titolare
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