Mese: maggio 2015

Stories – L’esplosione della dinamite danese ad Euro ’92

Peter Schmeichel
Peter Schmeichel

Ammettiamolo: l’Europeo del 1992 parte sotto i migliori auspici. La Jugoslavia, logorata dalla guerra, è costretta a dare forfait e al suo posto viene ripescata la Danimarca. Le polveri della Danske dinamite sono già bagnate dalle acque dei mari del sud, perché tutti i giocatori si trovano in vacanza. Senza contare che la stella, quel Michael Laudrup che spopola al Camp Nou con la maglia del Barça, risponde “no” alla chiamata del commissario tecnico Moller Nielsen: divergenze insanabili, tanti saluti e grazie. In Svezia, aggregato alla squadra, c’è solo il fratellino Brian.

Vincere gli Europei? Difficile. I danesi hanno una buona squadra, senz’altro, ma con la Germania campione del mondo in carica, l’Olanda degli olandesi (quelli del Milan) e mettiamoci pure i padroni di casa sostenuti dal pubblico, per i biancorossi le chance non sembrano poi troppe. L’ultima nota amarissima è la notizia che Line, la figlia del mediano Kim Vilfort, si è ammalata di leucemia. La distanza tra Svezia e Danimarca è esigua, pertanto Vilfort decide di fare la spola tra gli stadi gremiti e le stanze degli ospedali.

Kim Vilfort
Kim Vilfort

L’11 giugno del 1992 inizia il torneo, e i danesi pareggiano per 0-0 contro un’Inghilterra non ancora uscita dal tunnel degli anni ’80. Anzi, per poco non arriva il colpaccio quando John Jensen fa tremare la traversa. Nella seconda sfida la Danimarca rimane ancora a secco, ma stavolta l’epilogo è negativo: i padroni di casa si impongono per 1-0 grazie ad un gol del robusto Thomas Brolin. La partita da dentro-o-fuori è contro un’altra delle favorite dell’Europeo, ovvero la Francia di Papin e Cantona, due mostri sacri del calcio degli anni ’90. Il match inizia bene: Henrik Larsen, centrocampista pennellone in procinto di passare al Pisa, porta in vantaggio i biancorossi. Nella ripresa pareggia Papin, ma a poco più di dieci minuti dalla fine arriva il gol della qualificazione. Per la precisione arriva dalla panchina, grazie all’esperto Elstrup che subentra a Torben.

Si arriva così alla semifinale, perché Euro ’92 si è disputato da sole otto squadre. La Danimarca deve vedersela con i Paesi Bassi di Rinus Michels, che schierano il tris campione d’Europa in carica composto da Gullit, Rijkaard e van Basten, la crème de la crème che detta legge con il proprio strapotere fisico e tecnico. A rompere il ghiaccio è però il gol di Larsen; poi arriva il pari di Bergkamp e la risposta ancora di Larsen, pronto a laurearsi capocannoniere del torneo. Sembra fatta, ma nel finale arriva la doccia fredda della rete di Rijkaard. Quando si arriva ai rigori, si capisce che la storia del calcio sta per generare un nuovo eroe: si tratta di Peter Schmeichel, che para il rigore di sua maestà van Basten e permette ai danesi di accedere alla finale. E non si tratterà dell’ultima prodezza del nuovo goalkeeper del Manchester United, giunto all’Old Trafford per sostituire l’incerto Jim Leighton, lo scozzese dalla pelle delicata.

L'esultanza dei danesi in finale
L’esultanza dei danesi in finale

Il 26 giugno del 1992 allo stadio Ullevi di Goteborg ci sono quasi 38.000 tifosi. Il sole illumina i visi un po’ pallidini dei ventidue giocatori pronti a darsi battaglia: da un lato ci sono gli esponenti del calcio scandinavo, che in cascina non hanno ancora portato alcun trofeo, dall’altro lato c’è la solita corazzata teutonica, perpetuata per mano di assi come Sammer e Klinsmann. Al calcio d’inizio si capisce subito che i tedeschi vogliono fare la partita, ma i danesi sono pronti a lottare fino all’ultimo come fatto nelle precedenti sfide. A passare in vantaggio sono proprio loro, con un tiro beffardo di John Jensen che si infila alle spalle di Illgner, lasciando increduli persino i danesi stessi. Di lì a poco si scatena l’inferno:   Riedle e compagni spuntano da tutte le parti, ma Schmeichel sembra in grado di parare anche le palline da tennis sparate col cannone. Il gigante biondo abbranca tutti i palloni, come una piovra in tenuta da portiere, il concetto di saracinesca raggiunge un nuovo standard. Infine, al 78′ succede che Kim Vilfort, nonostante tutte le preoccupazioni e grazie ai piedoni da rispettabile mediano col vizio del gol, raccoglie un pallone e dribbla un difensore, prima di calciare una rasoiata bassa che bacia il palo e si insacca. L’apoteosi è servita: lo svizzero Galler fischia la fine e la favola si concretizza in un luccicante trofeo. La Danimarca è campione d’Europa.

Sarà – per il momento – il picco raggiunto dal calcio danese, grazie ad un nucleo di giocatori ostinati e pure discretamente tecnici, uniti dalla sicurezza di avere uno dei portieri più forti del mondo.

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Da Altafini a Ronaldo, la Top 11 dei brasiliani in Serie A

Ronaldo: basta il nome!
Ronaldo: basta il nome!

Siamo dunque arrivati all’epilogo del nostro speciale “campionato” dei giocatori stranieri che hanno calcato il palcoscenico della Serie A. La nostra nona e ultima Top 11 è dedicata ai brasiliani, i giocatori presenti in tutti i campionati del mondo. Un mix di classe, ma non solo… riusciranno ad imporsi in cima alla classifica, guidata momentaneamente dall?Argentina? Scopriamolo subito! (Le altre “puntate” le potrete trovare cliccando sulla categoria “Le nostre classifiche”)

Mister Vinicio
Mister Vinicio

Brasile in Serie A (1-2-5-2) – Modulo assolutamente folle per esaltare il talento dei singoli: dietro Julio Cesar e Aldair cercano di salvare il salvabile, ben sapendo che dei terzini solo Cafu avrà voglia di difendere! A centrocampo spazio alla grinta di Emerson, la razionalità di Sani, la classe di Falcao, la precisione di Zico e le finte di Jair: con due bomber come Altafini e Ronaldo il successo è assicurato. Allenatore ovviamente il leggendario Luis Vinicio, che non avrebbe sfigurato nell’undici titolare (i vecchi tifosi di Napoli e Vicenza possono confermare) data la grande tecnica messa in mostra nei lunghi anni passati sui campi di calcio italiani.

Julio Cesar, saracinesca nerazzurra
Julio Cesar, saracinesca nerazzurra

Julio Cesar Soares Espindola (Chievo 05, Inter 05-12) – Ammettiamolo: solo di recente il Brasile ha generato portieri di livello mondiale. Per anni in Italia abbiamo visto in azione il discreto Taffarel, che peraltro ha vinto il Mondiale di USA ’94 proprio ai danni degli Azzurri. In seguito Dida si è tolto grosse soddisfazioni col Milan, ma il numero uno verdeoro per eccellenza è Julio Cesar. Bravo tra i pali e pure coi piedi, mancino naturale, Julio Cesar viene acquistato dall’Inter e parcheggiato al Chievo per qualche mese. I nerazzurri intendono sostituire il non più giovane Toldo, e questo portiere ex-Flamengo ripaga lo scetticisimo iniziale con sette stagioni ricche di Scudetti, Coppe Italia e ovviamente la Champions e il Mondiale per club che coronano il miglior ciclo interista dell’epoca moderna. Scaricato in favore di Handanovic, passa prima ai Queens Park Rangers e poi al Toronto, ed attualmente milita nel Benfica. Non riesce a vincere però il Mondiale giocato in patria l’anno scorso, a causa della batosta subita contro i tedeschi. 228 presenze in Serie A. Voto: 8

Pluto Aldair
Pluto Aldair

Aldair Nascimento do Santos (Roma 90-03, conta anche Genoa 03-04 in B) – Messosi in luce nel Benfica, Dino Viola lo porta a Trigoria nel 1990 e il riccioluto Aldair diventa immediatamente un pilastro della difesa giallorossa. Il ruolo di Pluto è quello del difensore centrale, che svolge sempre mettendo in mostra notevoli doti fisiche e tecniche: disputa ben tre Mondiali, vincendo quello del 1994, imponendosi come uno dei giocatori più affidabili. L’apoteosi a livello di club arriva con la conquista del tricolore, sotto la guida di Capello. Dopo oltre 400 presenze con i giallorossi, Aldair chiude l’esperienza italiana nel Genoa. Ultraquarantenne, non ha però alcuna intenzione di ritirarsi: torna a giocare brevemente in Brasile prima di conquistare persino il campionato di San Marino con la casacca del Murata, a ben 43 anni. Attualmente si esibisce nelle sfide di footvolley, essendo uno dei padrini di questa spettacolare disciplina. 330 presenze e 14 reti in Serie A. Voto: 8

Cafu, leggenda verdeoro
Cafu, leggenda verdeoro

Marcos Evangelista de Moraes Cafu (Roma 97-03, Milan 03-08) – Quando Jorginho si infortuna pochi minuti dopo l’inizio della finale di USA ’94, a sostituirlo è il giovane ma già navigato terzino destro Cafu. Si tratta solo della prima delle tre finali che giocherà, vincendone ben due. Senza ombra di dubbio, Cafu è annoverabile tra i migliori terzini destri della storia del calcio. Veloce e (per il suo ruolo) tecnicamente perfetto, costituisce uno dei migliori affari di papà Sensi, che lo acquista dal Palmeiras. L’innesto permette alla Roma di possedere, assieme a Candela, la migliore coppia di terzini del campionato. Anche in età avanzata si conferma protagonista nel Milan, dove vince la Champions League del 06-07. Il Pendolino, come era stato ribattezzato dal telecronista giallorosso Carlo Zampa, si ritira l’anno dopo al termine di una carriera ineguagliabile. 282 presenze e 9 reti in Serie A. Voto: 9

Serginho, cuore rossonero
Serginho, cuore rossonero

Sérgio Cláudio dos Santos Serginho (Milan 99-08) – Per concludere il trio difensivo inseriamo il buon vecchio Serginho: totalmente chiuso da un certo Roberto Carlos nella Seleçao (con la quale comunque vince la Copa America del 1999), nel Milan riesce a conquistare ben due Champions League nell’arco di nove stagioni passate a Milanello, oltre a uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, due Supercoppe Europee e un Mondiale per club. Terzino decisamente più votato all’attacco che alla difesa, è stato un po’ l’alter ego di Cafu sulla fascia destra, pur non possedendo le doti del Pendolino nei contrasti. Da ricordare la sua prestazione nel famoso derby del 2001 in cui il Milan si sbarazza dell’Inter vincendo 6-0: nell’occasione Serginho sforna tre assist e pure un gol. Ritiratosi nel 2008, è rimasto nell’orbita rossonera come osservatore in Brasile per conto del club. 185 presenze e 18 reti in Serie A. Voto: 7

La grinta del Puma
La grinta del Puma

Emerson Ferreira da Rosa (Roma 00-04, Juventus 04-06, Milan 07-09)  Un incontrista in questa squadra dobbiamo pur metterlo, e nessun brasiliano meglio di Emerson ha saputo interpretare questo ruolo nel nostro campionato. Altro verdeoro che ha fatto la fortuna della Roma, Il Puma centra subito lo Scudetto al primo anno in Serie A, nonostante debba saltare i primi sei mesi a causa di un grave infortunio. Nelle successive stagioni Emerson conferma le eccellenti qualità mostrate ai tempi del Bayer Leverkusen, ma purtroppo perde il treno più importante della sua carriera: alla vigilia dei Mondiali nippo-coreani si infortuna in allenamento, giocando come portiere. Avrebbe alzato la Coppa del Mondo da capitano, onore toccato invece al compagno di squadra Cafu. Il Puma però non si arrende, e torna protagonista vestendo la casacca della Juventus, dove vince uno Scudetto… revocato. Dopo una poco brillante parentesi nel Real Madrid, si ritaglia il ruolo di gregario di lusso nel Milan e nel Santos prima di ritirarsi. Giocatore dalla tecnica eccellente e dall’ottimo tiro, purtroppo ha avuto la carriera parzialmente limitata dai guai fisici. 214 presenze e 17 reti in Serie A. Voto: 8

Il Divino Falcao
Il Divino Falcao

Paulo Roberto Falcao (Roma 80-85) – Si dice che Andreotti stesso ebbe un ruolo nel trasferimento di Falcao dall’Internacional di Porto Alegre alla Roma. Il passaggio all’Inter infatti sfumò quando il noto politico italiano telefonò alla religiosissima madre del giocatore, dicendole che il Papa in persona sarebbe stato contento di vedere Falcao nella Capitale. Forse si tratta solo di una leggenda, fatto sta che inizialmente il giocatore viene accolto con scettiscismo a Trigoria: i tifosi infatti invocano Zico. Falcao si prende grandi rivincite, vincendo lo Scudetto e sfiorando quella Coppa dei Campioni maledetta persa in casa contro il Liverpool. Nell’occasione questo centrocampista dalla tecnica sopraffina si rifiuta di battere il rigore nel rush finale, unica macchia della sua carriera. Lui si è sempre difeso sostenendo di non essere mai stato bravo a batterli. Vero e proprio allenatore in campo in quanto esperto di tattiche di gioco, Falcao si ritira nel 1986 dopo un’ultima esperienza in patria nelle file del San Paolo. 107 presenze e 22 reti in Serie A. Voto: 8,5

Sani (a destra) con Di Stefano
Sani (a destra) con Di Stefano

Dino Sani (Milan 61-64) – Quando Nereo Rocco vede Sani scendere dall’aereo, commenta: «Gipo ga fatto rimpatriar el nonno». Il Gipo in questione è ovviamente Viani, direttore tecnico del Milan che decide di portare in rossonero questo centrocampista apparentemente poco atletico, ma che aveva fatto la fortuna del San Paolo segnando oltre cento reti in quattro anni. Dopo una parentesi nel Boca Juniors, che lo giudica troppo anziano, Sani viene così scelto dal Milan per rimpiazzare lo svedese Gren (peraltro si somigliano pure). I risultati sono migliori di ogni aspettativa: la tecnica sopraffina di Sani, sempre a servizio della squadra, contribuisce molto alla conquista di uno Scudetto e di una Coppa dei Campioni, assieme a Maldini senior, Trapattoni, Rivera e il connazionale Altafini. La sua visione di gioco eraèmostruosa, tanto da far passare in secondo piano la lentezza dei movimenti. Nel 1964 torna in patria nel Corinthians, terminando la carriera due anni più tardi. Nel 1958 aveva disputato due gare con la Nazionale brasiliana nei Mondiali di Svezia, vincendo così la Coppa Rimet. Appesi gli scarpini al chiodo Sani si distingue come allenatore di numerose squadre brasiliane, nonché di quel Boca che lo “scartò” troppo presto da giocatore. 62 presenze e 14 reti in Serie A. Voto: 8

Zico, idolo a Udine
Zico, idolo a Udine

Arthur Antunes Coimbra Zico (Udinese 83-85) – “O Zico o Austria” tuonano con uno striscione i tifosi friulani quando la Federcalcio prova ad ostacolare il tesseramento di uno dei giocatori più forti del mondo. Zico alla fine arriva adUdine, dove rimane due stagioni incantando le platee con giocate pazzesche, sfiorando la vittoria di una classifica cannonieri preceduto solo da Platini. Purtroppo i bianconeri non sono una squadra stellare e con Zico in campo conquistano un nono e un dodicesimo posto: risultati accettabili, ma che inducono l’asso verdeoro a tornare in patria nel suo Flamengo, dove arriva a segnare quasi 400 reti nel campionato brasiliano. In seguito Zico termina la sua carriera nel Sol Levante, prima di intraprendere una discreta carriera da allenatore. Forse giocatori come Amoroso, Bierhoff e Di Natale – ma pure Pinzi e Giannichedda – hanno dato di più alla causa friulana, ma Zico resterà per sempre uno dei giocatori più talentuosi ad aver giocato nel nostro campionato. La sua esperienza in Nazionale ha coinciso però con il periodo agrodolce del Brasile: l’unico trofeo internazionale che riesce a vincere lo colleziona da allenatore, vincendo la Coppa d’Asia alla guida della Nazionale cinese nel 2004. 39 presenze e 22 reti in Serie A. Voto: 7,5

Altafini, bomber di razza
Altafini, bomber di razza

José Joao Altafini (Milan 58-65, Napoli 65-72, Juventus 72-76) – Oriundo di classe e sostanza, per quasi vent’anni Altafini è uno dei più implacabili bomber del calcio italiano. Nelle sue prime quattro stagioni in Serie A segna oltre venti reti (…a stagione!), contribuendo agli straordinari successi del Milan guidato dal paròn Rocco. Il feeling con i rossoneri si deteriora e lui si trasferisce al Napoli, dove con Sivori forma un tandem di talento con pochi rivali al mondo. Quando la sua carriera sembra al tramonto, trova il modo di vivere una seconda giovinezza giocando altre quattro stagioni nella Juventus, da “dodicesimo uomo” di lusso, conquistando altri due Scudetti. Campione del Mondo nel 1958 col Brasile – con tanto di doppietta all’Austria – Altafini gioca anche 6 partite in Azzurro, segnando 5 gol e disputando Cile ’62. Al termine della sua straordinaria carriera diventa uno dei commentatori tecnici più famosi d’Italia: espressioni come “….incredibili amici!” entrano di prepotenza a far parte del folklore che accomuna tutti i tifosi. 598 presenze e 295 reti in Serie A. Voto: 10

Jair, eroe di Coppa
Jair, eroe di Coppa

Jair da Costa (Inter 62-67 e 68-72, Roma 67-68) – Ala destra velocissima e dal dribbling inesorabile, Jair arriva a Milano a 22 anni e si inserisce subito nell’undici titolare di una squadra destinata a fare la storia. In nerazzurro vince quattro campionati e pure due Coppe dei Campioni di fila, sempre da protagonista assoluto. Il pacchetto offensivo dell’Inter di Helenio Herrera comprende anche mostri sacri come Mazzola, Corso, Peiro’ e Suarez, e riesce a tener scacco al Real Madrid di Di Stefano e al Benfica di Eusebio: proprio contro i lusitani, il 27 maggio del 1965, Jair segna il gol decisivo della finale. Purtroppo non trova spazio nel Brasile del periodo, pieno zeppo di fenomeni, ma prende parte pur senza giocare ai Mondiali del 1962. Chiuso inesorabilmente da Garrincha, in totale colleziona solo una presenza nella Seleçao. Terminata la fortunata carriera nel calcio italiano, si ritira dopo una comparsata nel campionato canadese. 222 presenze e 56 reti in Serie A. Voto: 9

Ronaldo vs Marchegiani
Ronaldo vs Marchegiani

Ronaldo Luis Nazario de Lima (Inter 97-02, Milan 07-08) – Il giocatore brasiliano più popolare dopo Pelè è decisamente il “crack” di mercato del 1997. Dopo un testa a testa con la Lazio, ad aggiudicarselo è l’Inter di Moratti, che già sogna di rendere il club nerazzurro una potenza inarrestabile grazie alle prodezze del Fenomeno. In rosa ci sono anche campioni come Zanetti, Winter  e Zamorano e i milanesi vincono subito la Coppa UEFA: Ronie segna 25 reti in campionato, sfiorando la vittoria di uno Scudetto molto discusso e conquistato dalla Juve. L’Inter di Simoni è pronta a riprovarci, ma la sfortuna è in agguato: Ronaldo si ferma a causa di due brutti infortuni, che rendono le successive quattro stagioni in Lombardia avare di soddisfazioni: la coppia da sogno formata da lui e Bobo Vieri si vede in campo solo alla PlayStation. Dopo il tricolore del 2002 sfumato clamorosamente all’ultima giornata (sconfitta inaspettata contro la Lazio), Ronaldo volta le spalle ai tifosi nerazzurri. Tornato finalmente in piena forma decide di passare al Real Madrid (dove ritrova un altro ex Barcellona, Luis Figo), a causa di contrasti col tecnico Cuper. In Spagna il bomber torna a livelli stratosferici vincendo tutto, e anni dopo si rivede in Italia per una comparsata… nel Milan! Ma i bei tempi sono passati e il giocatore appare piuttosto sovrappeso, l’ombra del campione ammirato in passato. Pur avendo vinto poco in Italia, per un breve periodo Ronaldo è stato decisamente il pericolo numero uno di tutte le difese della Serie A. Il suo rapporto con la Seleçao ha portato alla conquista di due Mondiali oltre alla finale di Parigi del 1998, dove il mistero sulle sue cagionevoli condizioni fisiche non è mai stato risolto. 88 presenze e 58 gol in Serie A. Voto: 7,5

Totale brasiliani in Serie A: 90

Classifica aggiornata

  1. Argentina 91 pt.
  2. Brasile 90 pt.
  3. Francia 89 pt.
  4. Paesi Bassi 84,5 pt.
  5. Svezia 81 pt.
  6. Germania 80 pt.
  7. Uruguay 74,5 pt.
  8. Romania 70 pt.
  9. Portogallo 65,5 pt.

In virtù di questi punteggi vince l’Argentina, staccando di una lunghezza proprio i verdeoro!

La storia sono loro – L’ultimo viaggio del Grande Torino

Il Torino entra in campo
Il Grande Torino entra in campo

Anni Quaranta. Il Torino – il Grande Torino – è molto più di una squadra di calcio, è una vera e propria attrazione la cui fama ha già superato i confini nazionali. Alla stregua di star del cinema, i fuoriclasse granata vengono chiamati in tutto il mondo per esibirsi: grazie a queste partite amichevoli, il Toro guadagna qualche soldo extra in quegli anni di certo non facili. Il primo maggio del 1949 infatti la squadra fa armi e bagagli dopo una sfida di campionato, e vola a Lisbona per giocare contro il Benfica una partita amichevole in onore del capitano biancorosso Francisco “Chico” Ferreira. In passato, Ferreira aveva stretto amicizia con il capitano granata Valentino Mazzola.

Difficile quantificare l’impatto che ebbe il Grande Torino sullo sport italiano. Aldilà dei numerosi trionfi sul campo da calcio, il Torino rappresentò una delle istituzioni più solide a cavallo tra gli eventi della Seconda guerra mondiale. Una squadra unica, sapientemente composta da Ferruccio Novo nel giro di pochi anni ed in grado di vincere cinque scudetti di fila tra il 1942 ed il 1949. Dal punto di vista statistico, il Grande Torino era qualcosa di impressionante: in quei campionati resi quasi epici dalle difficoltà degli spostamenti, i granata dominavano in lungo ed in largo dando spettacolo, segnando valanghe di gol e conquistandosi le simpatie degli appassionati sportivi.

La società granata ovviamente non vuole deludere le aspettative dei padroni di casa, e si presenta in Portogallo al gran completo. Qualcuno deve rinunciare alla trasferta, ad esempio il presidente Novo ha l’influenza mentre il celebre radiocronista Niccolò Carosio deve presenziare alla cresima del figlio. Rimane a casa anche il portiere di riserva Gandolfi: il veterano Aldo Ballarin convince la dirigenza a portare a Lisbona suo fratello Dino – terzo portiere della squadra – come premio per la grande abnegazione con la quale il ragazzo si allena nonostante non abbia occasioni di giocare.

Uno degli aneddoti leggendari del Grande Torino è il famoso “quarto d’ora granata”. Molto spesso le gare al Filadelfia erano poco più che una formalità, ed i giocatori se la prendevano comoda fino a che uno spettatore – Oreste Bolmida – non faceva partire tre squilli di tromba che spronavano i granata a fare sul serio. Capitan Mazzola si rimboccava le maniche, e per gli avversari iniziava l’incubo di dover affrontare una squadra di fenomeni in assetto da guerra. Tanto per far intendere, nella stagione 1947-48 il Torino fu capace di segnare qualcosa come 125 reti in 40 partite, vincendo 29 gare e perdendone solo 4.

In primo piano, Valentino Mazzola
In primo piano, Valentino Mazzola

Francisco “Chico” Ferreira ci ha visto giusto: il 3 maggio del 1949 la sfida col Grande Torino ha portato allo Stadio Nazionale ben quarantamila persone. Lo spettacolo è di quelli da leccarsi i baffi: le aquile e i tori non si risparmiano, anche se in palio c’è solo la gloria ed un trofeo di poco conto offerto dalla Olivetti. Il risultato finale è di 4-3 per i padroni di casa. A fine gara al ristorante Alvalade di Campo Grande si disputa una cena tra giocatori e dirigenti delle due squadre, suggellando una bella amicizia sportiva.

I giocatori del Grande Torino erano giocoforza anche la colonna portante della Nazionale italiana, nel vero senso della parola: l’11 maggio del 1947 l’allora Commissario tecnico Vittorio Pozzo, in occasione di una sfida contro l’Ungheria, mandò in campo addirittura per 10/11 una formazione composta da giocatori granata, un record tuttora imbattuto e virtualmente imbattibile. Negli anni Quaranta non si disputò alcun Campionato mondiale, ma è presumibile pensare che con talenti del genere gli Azzurri sarebbero stati un osso duro per tutti.

Il 4 maggio del 1949 la squadra granata sale su un trimotore Fiat G.12 per tornare a casa, il campionato non è ancora finito anche se il quinto Scudetto di fila è già praticamente in cascina. Alle 13 il velivolo atterra a Barcellona per uno scalo, dove i torinesi incrociano i giocatori del Milan diretti a Madrid, improvvisando un pranzo tutti insieme. Alle 14:50 il trimotore riparte, questa volta per raggiungere il capoluogo piemontese. Alle ore 16:55 dall’aeroporto di Torino-Aeritalia arriva la comunicazione delle pessime condizioni metereologiche cui si sta andando incontro: nebbia fitta come magli di ferro, pioggia e vento sferzanti. Il trimotore segue le indicazioni ma la visibilità è pressoché nulla, forse l’altimetro si inceppa sui 2000 metri confondendo il pilota, che pensa di essersi allineato con la pista dell’aeroporto finendo in realtà fuori rotta. Alle 17:03 avviene il terribile schianto con il terrapieno posteriore della Basilica di Superga, i passeggeri muoiono tutti sul colpo. Perdono la vita:
– i giocatori Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Julius Schubert
– i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri ed Andrea Bonaiuti
– gli allenatori Egri Erbstein e Leslie Lievesley ed il massaggiatore Osvaldo Cortina
– i giornalisti Renato Casalbore, Renato Tosatti e Luigi Cavallero
– l’equipaggio composto da Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Cesare Biancardi ed Antonio Pangrazi.

Un undici titolare
Un undici titolare