Ricordando la farfalla granata Gigi Meroni (e una tripletta di Combin)

Gigi Meroni
L’eleganza di Gigi Meroni

Nestor Combin aveva la faccia da indio, ma era abbastanza europeo da aver giocato con la nazionale francese. All’epoca si chiamavano oriundi e non c’era niente da opinare: oggi se ne discute di più, colpa dell’imbarbarimento dei tempi. Comunque, Combin era un centravanti che correva tanto e segnava senza tanti complimenti, tanto che in Italia si era distinto come pericolo pubblico delle aree di rigore. Era approdato al Torino dopo un’annata così così al Varese, ed in passato aveva giocato pure con la Juventus: ma ora si trovava a disputare il derby della Mole con la maglia granata.

Il fatto è che non si trattava di un derby qualunque: una settimana prima, al termine della sfida interna contro la Sampdoria nella quale proprio Combin realizzò una tripletta, era avvenuto un episodio davvero tragico. Luigi Meroni aveva perso la vita in circostanze davvero assurde e che lasciavano spazio solo alla tristezza e ai perché. Meroni non era solo la stella del Torino, ma ben di più: si era inserito in quella ristretta cerchia di atleti che, nel loro piccolo, riescono a far sognare i tifosi, anche perché si discostano nettamente dai luoghi comuni.

Meroni in versione pittore
Meroni in versione pittore

Nato a Como il 24 febbraio del ’43, Meroni fece furore in maglia comasca e genoana essendo un’ala destra veloce e dribblomane. Aveva il vizio di lasciarsi alle spalle i terzini poco reattivi e presentarsi davanti ai portieri inebetiti. Era bravo insomma, così bravo che ormai aveva raggiunto pure la Nazionale, ottenendo la convocazione per i Mondiali inglesi disputatisi un anno prima. Ormai c’era, avrebbe potuto far parte della filastrocca Albertosi-Burgnich-Facchetti eccetera destinata a fare la storia, a fianco di Rivera e Mazzola. E vincere gli Europei del sessantotto, senz’altro, perchéiI gol e gli assist parlavano così forte da mettere in secondo piano l’eccentricità di Gigi. Eccentricità artistica e non arrogante: una relazione democristianamente inaccettabile con la bella (e divorziata) Cristiana Uderstadt, un passato da pittore e disegnatore di cravatte, e un presente che lo aveva etichettato come “beatnik del gol” perché ai capelloni andava affibbiata sempre un’etichetta ridicola. Ma figuriamoci, cosa poteva fregare a Meroni? Lo definivano anche “farfalla”, per quello stile leggero e delicato ma in grado di penetrare senza difficoltà nelle arcigne difese dell’epoca. Oh, erano pure anni in cui in Serie A giocava gente come Schnellinger, mica poco: più che alle farfalle, il campionato sembrava strizzare l’occhio ai calabroni.

Quella maledetta notte, di ritorno dalla partita, Meroni si trovava col compagno di squadra Poletti. Non è necessario indugiare sui dettagli: vennero investiti lungo Corso Re Umberto, da una Fiat. Poletti ricevette un colpo di striscio ma Meroni no: finì nell’altra corsia ed una macchina guidata da un giovane neopatentato, tale Attilio Romero che nel 2000 assumerà per ironia della sorte la presidenza del Torino, lo travolse.

Tornando a quel derby, non si può negare che all’epoca il calcio sapeva tributare il giusto riconoscimento ai propri campioni sfortunati. Prima della partita il cielo torinese fu attraversato da un elicottero che lasciò cadere sul campo una miriade di fiori, ma il bello doveva ancora arrivare, eccome. Il Toro dopo la tragedia di Superga non aveva più rifilato una bella batosta ai bianconeri, che invece si stava affermando come una delle big dell’epoca.

Combin in versione Panini
Combin in versione Panini

Combin e Meroni erano buoni amici, e l’attaccante franco-argentino volle giocare soprattutto per lui. Il Torino era una bella squadra, con Lido Vieri, il già citato Fabrizio Poletti e Carlo Facchin, oltre all’entusiasmo di un club che cercava di tornare tra le grandi. Ma soprattutto il cuore granata non si era mai arreso di fronte alle avversità, anche quelle più drammatiche. Era una questione di stile, di DNA, di tutto ciò che si poteva mettere in gioco quando la posta in palio veniva assegnata in base all’impegno agonistico, e una certa mentalità o ce l’hai o non ce l’hai. Quel giorno, allo Stadio Olimpico piemontese dedicato a Vittorio Pozzo, c’era da dimostrare qualcosa, e subito. La maglia numero 7 di Meroni venne indossata da Alberto Carelli, uno degli ultimi arrivati in maglia granata, proveniente dal Catania. Successe che dopo sette minuti il Toro già era in vantaggio di due gol, entrambi realizzati da uno scatenato Combin, che completò la tripletta al 15′ della ripresa prima del quarto sigillo realizzato proprio da Carelli. Quando Francescon di Padova squittì il triplice fischio, il tabellino parlava chiaro: 0-4 per il Torino, miglior risultato nel derby per i granata dai tempi del Grande Torino. E, cosa non trascurabile, sesto gol di Combin nel giro di due partite. Meroni, in qualsiasi luogo abbia assistito alla partita, avrà sicuramente apprezzato.

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