Mese: febbraio 2015

Ricordando la farfalla granata Gigi Meroni (e una tripletta di Combin)

Gigi Meroni
L’eleganza di Gigi Meroni

Nestor Combin aveva la faccia da indio, ma era abbastanza europeo da aver giocato con la nazionale francese. All’epoca si chiamavano oriundi e non c’era niente da opinare: oggi se ne discute di più, colpa dell’imbarbarimento dei tempi. Comunque, Combin era un centravanti che correva tanto e segnava senza tanti complimenti, tanto che in Italia si era distinto come pericolo pubblico delle aree di rigore. Era approdato al Torino dopo un’annata così così al Varese, ed in passato aveva giocato pure con la Juventus: ma ora si trovava a disputare il derby della Mole con la maglia granata.

Il fatto è che non si trattava di un derby qualunque: una settimana prima, al termine della sfida interna contro la Sampdoria nella quale proprio Combin realizzò una tripletta, era avvenuto un episodio davvero tragico. Luigi Meroni aveva perso la vita in circostanze davvero assurde e che lasciavano spazio solo alla tristezza e ai perché. Meroni non era solo la stella del Torino, ma ben di più: si era inserito in quella ristretta cerchia di atleti che, nel loro piccolo, riescono a far sognare i tifosi, anche perché si discostano nettamente dai luoghi comuni.

Meroni in versione pittore
Meroni in versione pittore

Nato a Como il 24 febbraio del ’43, Meroni fece furore in maglia comasca e genoana essendo un’ala destra veloce e dribblomane. Aveva il vizio di lasciarsi alle spalle i terzini poco reattivi e presentarsi davanti ai portieri inebetiti. Era bravo insomma, così bravo che ormai aveva raggiunto pure la Nazionale, ottenendo la convocazione per i Mondiali inglesi disputatisi un anno prima. Ormai c’era, avrebbe potuto far parte della filastrocca Albertosi-Burgnich-Facchetti eccetera destinata a fare la storia, a fianco di Rivera e Mazzola. E vincere gli Europei del sessantotto, senz’altro, perchéiI gol e gli assist parlavano così forte da mettere in secondo piano l’eccentricità di Gigi. Eccentricità artistica e non arrogante: una relazione democristianamente inaccettabile con la bella (e divorziata) Cristiana Uderstadt, un passato da pittore e disegnatore di cravatte, e un presente che lo aveva etichettato come “beatnik del gol” perché ai capelloni andava affibbiata sempre un’etichetta ridicola. Ma figuriamoci, cosa poteva fregare a Meroni? Lo definivano anche “farfalla”, per quello stile leggero e delicato ma in grado di penetrare senza difficoltà nelle arcigne difese dell’epoca. Oh, erano pure anni in cui in Serie A giocava gente come Schnellinger, mica poco: più che alle farfalle, il campionato sembrava strizzare l’occhio ai calabroni.

Quella maledetta notte, di ritorno dalla partita, Meroni si trovava col compagno di squadra Poletti. Non è necessario indugiare sui dettagli: vennero investiti lungo Corso Re Umberto, da una Fiat. Poletti ricevette un colpo di striscio ma Meroni no: finì nell’altra corsia ed una macchina guidata da un giovane neopatentato, tale Attilio Romero che nel 2000 assumerà per ironia della sorte la presidenza del Torino, lo travolse.

Tornando a quel derby, non si può negare che all’epoca il calcio sapeva tributare il giusto riconoscimento ai propri campioni sfortunati. Prima della partita il cielo torinese fu attraversato da un elicottero che lasciò cadere sul campo una miriade di fiori, ma il bello doveva ancora arrivare, eccome. Il Toro dopo la tragedia di Superga non aveva più rifilato una bella batosta ai bianconeri, che invece si stava affermando come una delle big dell’epoca.

Combin in versione Panini
Combin in versione Panini

Combin e Meroni erano buoni amici, e l’attaccante franco-argentino volle giocare soprattutto per lui. Il Torino era una bella squadra, con Lido Vieri, il già citato Fabrizio Poletti e Carlo Facchin, oltre all’entusiasmo di un club che cercava di tornare tra le grandi. Ma soprattutto il cuore granata non si era mai arreso di fronte alle avversità, anche quelle più drammatiche. Era una questione di stile, di DNA, di tutto ciò che si poteva mettere in gioco quando la posta in palio veniva assegnata in base all’impegno agonistico, e una certa mentalità o ce l’hai o non ce l’hai. Quel giorno, allo Stadio Olimpico piemontese dedicato a Vittorio Pozzo, c’era da dimostrare qualcosa, e subito. La maglia numero 7 di Meroni venne indossata da Alberto Carelli, uno degli ultimi arrivati in maglia granata, proveniente dal Catania. Successe che dopo sette minuti il Toro già era in vantaggio di due gol, entrambi realizzati da uno scatenato Combin, che completò la tripletta al 15′ della ripresa prima del quarto sigillo realizzato proprio da Carelli. Quando Francescon di Padova squittì il triplice fischio, il tabellino parlava chiaro: 0-4 per il Torino, miglior risultato nel derby per i granata dai tempi del Grande Torino. E, cosa non trascurabile, sesto gol di Combin nel giro di due partite. Meroni, in qualsiasi luogo abbia assistito alla partita, avrà sicuramente apprezzato.

Annunci

La peggiore squadra della storia della Serie A: vi presentiamo il Brescia del 94/95

Andrea Pirlo
L’esordio di Andrea Pirlo in Serie A

Ebbene si: il calcio è anche fatto di gustosi e malinconici record negativi. Dal 1994/95 in Serie A vengono assegnati i canonici tre punti per la vittoria, e già in quella stagione si registra il record negativo di punti mai totalizzati da una squadra. A detenere da vent’anni questo fardello è il Brescia: la Leonessa in quell’annata terminò ultima in classifica con soli 12 punti, frutto di due vittorie e sei pareggi. Andiamo a ripercorrere il cammino (difficile) dei biancoazzurri.

Il tecnico Mircea Lucescu ed il poco prolifico bomber Jorge Cadete
Il tecnico Mircea Lucescu ed il poco prolifico bomber Jorge Cadete

Il Brescia, neopromosso in Serie A essendosi classificatosi terzo nel precedente campionato della serie cadetta, si presenta ai nastri di partenza con Mircea Lucescu in panchina. Il tecnico rumeno era stato l’artefice del ritorno in A dei lombardi, e figura come direttore tecnico del club – forse perché non in possesso del patentino – mentre ufficialmente l’allenatore è l’ex CT dell’Under 21 Adelio Moro. L’esordio dei bresciani è sfavillante: al Rigamonti ricevono la fortissima Juventus di Baggio-Del Piero-Vialli-Ravanelli destinata a vincere poi lo Scudetto. I bianconeri passano in vantaggio con un gol di Conte, ma all’80’ Marco Schenardi trova il gol del definitivo 1-1. E poi? Una sconfitta a Foggia ed un prezioso pari contro l’Inter di Bergkamp, prima di… una lunga serie di non-vittorie! Solo alla 14^ giornata arriva il primo successo: un gol di Danut Lupu permette ai biancoazzurri di battere un’altra squadra derelitta, la Reggiana. Circa un mese dopo arriva la seconda vittoria, ai danni del Foggia. Un gol allo scadere di Battistini regala il successo al Brescia, che però non riesce a rivitalizzarsi. Anzi: la squadra perde tutte le 14 partite rimanenti e non giova alla causa l’arrivo in panchina di Gigi Maifredi. I lombardi terminano il campionato in coda alla classifica, con una clamorosa differenza reti di -50. Non andò meglio la Coppa Italia: la squadra si fermò al Secondo Turno proprio per mano della Reggiana (che arriverà penultima con una manciata di punti in più).

Bonometti, baluardo della difesa lombarda
Bonometti, baluardo della difesa lombarda

A questo punto non ci resta che presentare la rosa di questa Armata Brancaleone. Tra i pali figura Marco Ballotta: reduce da brillanti stagioni nel Parma, durante le quali scalza il portiere della nazionale brasilana campione del mondo (un certo Claudio André Taffarel), si trasferisce al Brescia per giocare da titolare indiscusso, ma subisce valanghe di gol (60 in 32 partite): in certi momenti, nei video dell’epoca, appare quasi rassegnato. Il suo vice, Ivan Gamberini, esordisce nella massima serie subendo 5 reti in due apparizioni. I compagni di reparto di certo non aiutano molto il lavoro degli estremi difensori. In difesa spiccano il brescianissimo Giuseppe Baronchelli (27 presenze e 1 gol) ed un imberbe Daniele Adani (20/0), ancora troppo giovane per poter fare la differenza. L’altro difensore bresciano Stefano Bonometti (19/0) non riesce a far valere la propria grande esperienza di indiscussa bandiera, mentre l’ex napoletano Giovanni Francini (17/0) ha già imboccato la parabola discendente della carriera. Poca gloria anche per Davide Mezzanotti (15/0).

Ioan Ovidiu Sabau falciato dal foggiano Bucaro
Ioan Ovidiu Sabau falciato dal foggiano Bucaro

Il centrocampo potrebbe essere il punto di forza della squadra ma… così non è! Fabio Gallo (31/3) ce la mette tutta, ma il meglio per lui arriverà con la maglia dell’Atalanta qualche stagione dopo, mentre il buon Marco Schenardi (26/1) non segnerà più gol dopo il brillante sigillo della prima giornata contro la Juve. Eugenio Corini (24/2) e Salvatore Giunta (24/0) non riescono a fare la differenza nonostante le proprie indiscusse doti, idem l’espertissimo ex nazionale Sergio Battistini (19/2) ed il talento mai esploso Marco Piovanelli (19/0). Nulla possono anche il bresciano Ivano Bonetti (16/0) ed il mitico Gabriele Ambrosetti: nonostante due gol in sole nove partite, viene misteriosiamente ceduto al Vicenza. Mah. I due fuoriclasse rumeni, pupilli di Lucescu, giocano poco e male: Danut Lupu (15/1) si presenta in Lombardia ad inizio stagione con svariati chili in eccesso, e passa alla storia solo per il gol-vittoria contro la Reggiana nel girone d’andata, mentre il nostro mai abbastanza venerato Ioan Ovidiu Sabau non va oltre le 12 apparizioni. A fine campionato c’è spazio anche per l’esordio di un sedicenne di belle speranze: si chiama Andrea Pirlo, un centrocampista che in seguito farà parlare di sé.

Borgonovo col fiato di Vierchowod sul collo
Borgonovo col fiato di Vierchowod sul collo

Un velo pietoso purtroppo va steso sugli attaccanti della Leonessa di quella stagione sfortunata. Il bomber sarebbe dovuto essere Jorge Cadete: in Portogallo aveva conquistato il titolo di capocannoniere della Primeira Liga con la maglia dello Sporting Lisbona, ma in Serie A sigla solo un gol in 13 comparsate. Si tratta dello stesso Cadete che un paio d’anni dopo, nei Celtic Glasgow, riesce a segnare qualcosa come trenta gol nel campionato scozzese. Non combina molto di più Maurizio Neri, protagonista della promozione, che chiude la stagione con sole 4 reti all’attivo in 31 presenze. Disastrosi anche due noti pericoli pubblici delle aeree di rigore degli anni ’90: Stefano Borgonovo e Marco “Nippo” Nappi non riusciranno a segnare lo straccio di un gol, scendendo in campo rispettivamente 14 ed 11 volte. L’intero Brescia a fine torneo registra 18 gol all’attivo, ovvero uno in più del solo Tovalieri (Bari) ed uno in meno del solo Rizzitelli (Torino).

Questa è quindi la storia del Brescia della stagione 94/95, annata in cui la Serie A si dimostrò troppo forte per il neopromosso club biancoazzurro. Fortunatamente in seguito il presidente Corioni riuscirà ad imboccare la strada giusta, fino al culmine dell’approdo di Roberto Baggio, Pep Guardiola e Luca Toni (per non parlare di Carletto Mazzone) alla corte della Leonessa.

Forgotten bombers – Anche loro vinsero la Scarpa d’oro

Darko "Cobra" Pancev con la maglia della Stella Rossa
Darko “Cobra” Pancev con la maglia della Stella Rossa

Il prestigioso riconoscimento della Scarpa d’oro, premio assegnato ai migliori bomber dei campionati europei, esiste dal lontano 1968. Il primo vincitore fu Eusebio, ma nel corso degli anni anche giocatori meno famosi e militanti in campionati di secondo o terz’ordine sono riusciti ad aggiudicarsi l’agognata calzatura dorata: bisogna considerare che solo dal 1997 il criterio è stabilito dai punti… in precedenza, solo ed esclusivamente dai gol segnati! Vi presentiamo quindi una carrellata di vincitori della Scarpa d’oro che per motivi vari potreste non immaginare o conoscere, o semplicemente non sono riusciti a replicare le eroiche gesta di una singola stagione.

Petar Zekov (CSKA Sofia), 36 gol nel 1968-69 – Bomberissimo del calcio bulgaro per tanti anni, Zekov riesce nell’impresa di condurre la sua nazionale all’argento durante le Olimpiadi del 1968. Ancora oggi è il massimo marcatore del CSKA Sofia nel campionato locale, con ben 144 reti in 184 partite: al suo attivo ci sono pure 25 gol in nazionale.

Yazalde, bomber sfortunato
Yazalde, bomber sfortunato

Hector Yazalde (Sporting Lisbona), 46 gol nel 1973-74 – Un campione di cui onestamente si parla sempre poco, anche se le cifre della sua carriera sono davvero impressionante. Attaccante argentino con poca fortuna in nazionale (pur partecipando a Germania Ovest ’74), Yazalde segna letteralmente valanghe di gol nel campionato portoghese: in pratica una a partita (104 su 104!). Nella stagione in cui vince la Scarpa d’oro si aggiudica pure il titolo con i leoni di Lisbona: in seguito fa bella figura pure nel Marsiglia, nel più difficile campionato francese, concludendo la carriera in patria come bomber del Newell’s Old Boys. Sposato con una bellissima modella portoghese, una volta spentesi le luci della ribalta purtroppo rimane solo e schiavo dell’alcolismo, che lo porta a morire a soli di 51 a causa delle conseguenze della cirrosi epatica. Triste epilogo per un realizzatore con pochi eguali in Europa.

Georgescu, mister 47 gol
Georgescu, mister 47 gol

Dudu Georgescu (Dinamo Bucarest), 33 gol nel 74-75 e 47 reti nel 76-77 – No, non è un errore di battitura: questo attaccante rumeno, due volte vincitore della Scarpa d’oro, in una stagione riuscì a segnare ben 47 gol! Tuttavia sono sorti negli anni alcuni dubbi sull’affidabilità delle statistiche del campionato in quegli anni in cui il calcio dell’Est Europa risulta abbastanza impenetrabile. Ma a noi cosa importa? Il suo nome è nella storia, e questo conta. Georgescu ha giocato solo in patria, segnando come un titano, distinguendosi pure nella nazionale rumena con 21 gol. Nella Divizia A l’ha messa dentro 252 volte.

Kaiafas, leggenda cipriota
Kaiafas, leggenda cipriota

Sotiris Kaiafas (Omonia Nicosia), 39 gol nel 75-76 – Il più grande giocatore della storia dell’Omonia Nicosia ha in bacheca nove campionati e otto titoli di capocannoniere del campionato cipriota. Sporadiche le sue apparizioni in nazionale, ma all’epoca Cipro non disputava molti match internazionali. Anche suo figlio Kostas ha giocato una vita nell’Omonia, tenendo alto il nome della famiglia Kaiafas. In seguito sarà il tedesco Rauffmann, naturalizzato cipriota, a segnare altrettante valanghe di gol sull’isola!

Georgi Slavkov (Trakia Plovdiv) 31 gol nel 1980-81 – Altro bomberone dell’est, Slavkov si impone nel piccolo Trakia Plovdiv senza riuscire però a condurre il club alla conquista del campionato. Fuori dal suo habitat naturale delude senza appello: zero gol nel campionato francese (nel Saint-Etienne) e 15 in Portogallo (nel Chaves) negli ultimi anni di carriera.

Polster, panzer austriaco
Polster, panzer austriaco

Anton Polster (Austria Vienna), 39 gol nel 1986-87 – Ebbene si: se Polster nel Torino non ha raggiunto nemmeno la doppia cifra, in patria è stato capace di sfiorare i 40 gol in una singola stagione. Bisogna ammettere che il buon Anton ha sempre segnato tantissimo nelle altre occasioni: i tifosi del Siviglia e del Colonia possono confermare, per non parlare di quelli della nazionale austriaca. Con i bianconeri Polster ha dato sempre il meglio, realizzando 44 reti e partecipando a due mondiali. Attualmente allena l’Admira Wacker, nel massimo campionato austriaco.

Tanju Colak (Galatasaray), 39 reti 1987-88 – Stella senza eguali del calcio turco dell’epoca, quando il calcio turco però è ben poca cosa, Colak domina le classifiche dei migliori marcatori a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. A fine carriera finisce in prigione per aver contrabbandato una Mercedes. E vabbé.

Mateut, meteora in Italia
Mateut, meteora in Italia

Dorin Mateut (Dinamo Bucarest) 43 reti nel 1988-89 – L’erede perfetto del divino Dudu Georgescu: anche lui infatti in una sola stagione segna più di 40 gol con la casacca della Dinamo Bucarest, curiosamente senza portare a casa il campionato. Nella Divizia A fa indiscutibilmente furore con la sua velocità ed il senso del gol, ma fuori dalla Romania non ripete più gli eccellenti risultati: in due stagioni tra Brescia e Reggiana, forse un po’ meno brillante dal punto di vista atletico la mette dentro appena tre volte, ed anche la sua esperienza nel Real Saragozza in precedenza non era stata memorabile.  Pur avendo perso prematuramente la nazionale, vanta una partecipazione ad Italia ’90 e 10 gol segnati nell’arco di 56 presenze: a causa delle ultime stagioni in chiaroscuro perde il treno per far parte della spedizione di USA ’94, dove il calcio rumeno centra successi inaspettati.

Pancev, bidonissimo interista
Pancev, bidonissimo interista

Darko Pancev (Stella Rossa), 34 reti nel 1990-91- La stella più fulgida del calcio jugoslavo (in seguito macedone) riesce a condurre la Stella Rossa alla vittoria della Coppa dei Campioni e vincere la Scarpa d’oro nello stesso anno, sfiorando persino il Pallone d’oro. Sembra destinato a una carriera mostruosa ma poi… ad aggiudicarsi “Il cobra” è l’Inter, che vede in lui il potenziale indispensabile per tornare ai vertici della Serie A. Pancev a Milano però dà il peggio di sé: appena 12 presenze in due campionati. Gol? Esattamente quanti Massimo Taibi in tutta la carriera: uno. In seguito dichiara di essersi pentito di aver accettato il trasferimento ad una squadra così “difensivista”, ma in realtà Pancev in nerazzurro aveva già imboccato la parabola discendente della sua breve carriera: tra Lipsia, Dusseldorf e Sion (non proprio top clubs) continua a segnare pochissimo, ritirandosi a soli 32 anni con tanti rimpianti.

Phillips pluridecorato
Phillips pluridecorato

In seguito non possiamo dimenticarci di questi bomber che, con il criterio a punti, sono riusciti a portare a casa il riconoscimento. Anzitutto il greco Nikos Machlas (Ajax): nel 97-98 segna 34 nell’Eredivisie, ma in seguito non si conferma un bomber di livello internazionale. Jardel (Porto) è stato senz’altro uno dei più famelici bomber degli anni ’90, vincendo nel 1998-99 la Scarpa con la bellezza di 36 marcature. Infine ragazzi… Kevin Phillips del Sunderland! Segnare 30 gol con la maglia del Sunderland nel 1999-00 (lasciandosi alle spalle Shearer ed Henry) in un solo campionato è davvero significativo, eppure Phillips non ha mai trovato molto spazio con la nazionale inglese e nemmeno in un grande club, pur avendo sfiorato i 200 gol in carriera.