Mese: dicembre 2014

Da Maradona a Batistuta, la Top 11 degli argentini in Serie A

El Pibe de Oro, re di Napoli e stella della Serie A
El Pibe de Oro, re di Napoli e stella della Serie A

Riprendiamo la nostra rubrica dedicata ai migliori stranieri che hanno giocato nella massima serie italiana. La classifica parziale per ora vede in testa i francesi, che per distacco hanno superato persino gli olandesi. Oggi è il turno dell’Argentina, che può contare indubbiamente su alcuni dei più forti elementi che entreranno in gioco in questa speciale sfida. Senza indugi, ecco la Top 11 degli argentini in Serie A!

Argentini in Serie A (4-2-1-3) – Schema un po’ anomalo ma efficace: la monumentale difesa, con Passarella e Samuel centrali e Sensini e Zanetti sugli esterni, copre le possibili giornate storte di Romero. A centrocampo bastano la classe di Veron e la grinta di Simeone per coprire le spalle al genio di Sivori, prima del trio delle meraviglie formato da Batistuta, Crespo e Maradona. Le difese avversarie sono pronte a farsi il segno della croce. Come tecnico mettiamo Helenio Herrera: autentico sergente di ferro, vince tutto con l’Inter degli anni Sessanta ed è l’unico che potrebbe tenere a bada (forse) teste calde come Sivori e Maradona!

Romero, look da numero uno
Romero, look da numero uno

Sergio Romero (Sampdoria 11-14) – L’eroe dell’Argentina degli ultimi Mondiali in realtà ha avuto un esordio abbastanza altalenante nel calcio italiano. Dopo ottime stagioni nell’AZ Alkmaar, Romero giunge a Genova quando la Samp milita ancora in B. Conquista la promozione e viene confermato anche nella massima serie, ma i blucerchiati decidono di cambiare portiere e cederlo in prestito al Monaco. In Francia passa un annata da riserva, ma per carenza di alternative disputa il Mondiale da titolare e torna a mostrare i suoi ottimi riflessi. La Samp prova a capitalizzare ma Romero non si accorda con nessuna squadra e quest’anno si gioca la maglia da titolare con Viviano. 41 presenze in Serie A (dato aggiornato al 16 dicembre 2014). Voto: 5/10

Passarella, capitano ultradecorato
Passarella, capitano ultradecorato

Daniel Alberto Passarella (Fiorentina 82-86, Inter 86-88) – Il piccolo grande capitano dell’Argentina che alza al cielo la Coppa del Mondo nel 1978 e nel 1986 è sempre lui: Passarella. Di origine italiane (come quasi tutti in questa Top 11), è un difensore insuperabile che diventa leggenda nel River Plate. A 29 anni arriva la chance di sfondare in Europa: la Fiorentina si aggiudica le sue prestazioni e Passarella ripaga con quattro stagioni ad alto livello, segnando pure molti gol (nella sua carriera si rivela uno dei difensori più prolifici della storia). Chiude la sua esperienza italiana con due stagioni così così all’inter, prima di far ritorno a Buenos Aires e diventare in seguito CT della sua nazionale e presidente del suo River. 153 presenze e 35 reti in Serie A. Voto: 8/10

Samuel, il muro giallorosso
Samuel, il muro giallorosso

Walter Adrián Samuel (Roma 00-04, Inter 05-14) – Campione del Sudamerica nelle file del Boca Juniors, arriva a Roma per rinforzare la difesa giallorossa. The Wall è il muro contro cui si scontrano gli attaccanti della stagione 2000/01, e al primo anno in Italia Samuel vince lo Scudetto. Dopo altre tre stagioni di altissimo livello, questo difensore centrale insuperabile nel gioco aereo passa per una stagione al Real Madrid: nei Galacticos delude un po’ e decide di tornare in Serie A. Con la maglia dell’Inter arrivano grandi successi in quasi dieci anni di carriera: tuttavia, le ultime stagioni vedono le sue presenze diradarsi sempre di più a causa degli infortuni. Attualmente milita nel Basilea. 291 presenze e 23 reti in Serie A. Voto: 8,5/10

Sensini, un leone indomabile
Sensini, un leone indomabile

Roberto Néstor Sensini (Udinese 89-93 e 02-06, Parma 93-99 e 00-02, Lazio 99-00) – In Italia gioca praticamente in tutti i ruoli dal centrocampo in giù. Bravo tecnicamente e forte nel gioco aereo, Sensini è anche pilastro della nazionale Albiceleste per lunghi anni, disputando tre Mondiali. La Serie A lo vede protagonista con le maglie di Udinese, Parma e Lazio: si conferma sempre e fino a tarda età come un giocatore estremamente professionale ed affidabile, contribuendo ai successi dei suoi club. Da ricordare le quattro coppe europee vinte coi gialloblù ed lo Scudetto del 99/00 conquistato con la Lazio. Si ritira nel 2006, diventando a 39 anni il giocatore straniero più anziano a scendere in campo nel nostro campionato (record che verrà poi infranto da Zanetti). 455 presenze e 27 reti in Serie A. Voto: 7,5/10

Zanetti, il cuore nerazzurro
Zanetti, il cuore nerazzurro

Javier Aldemar Zanetti (Inter 95-14) – Moratti, neopresidente interista, acquista Rambert e Zanetti nel 1995: sono considerati due giocatori di grande talento. Rambert scende in campo solo due volte in campionato, Zanetti giusto 613 volte in più! La predizione di Maradona, che definisce Zanetti come il miglior acquisto del calciomercato, si rivela molto azzeccata: rimane in nerazzurro quasi vent’anni e vince tutto nell’era Mourinho, dopo aver sofferto i lunghi anni di sfiga cosmica della saga Hodgson-Simoni-Lippi-Cuper (nei quali comunque alza una Coppa UEFA). Indubbiamente il terzino destro più forte del mondo nell’epoca moderna (veloce, tecnico ed atleticamente inossidabile), è entrato a far parte degli uomini-simbolo del club milanese assieme a Facchetti e Mazzola. 615 presenze e 12 reti in Serie A. Voto: 10/10

Crespo e Simeone, stelle della Lazio
Crespo e Simeone, stelle della Lazio

Diego Pablo Simeone (Pisa 90-92, Inter 97-99, Lazio 99-03) – In campo è inconfondibile: il suo volto è perennemente contratto in una smorfia di grinta e determinazione. Abituato a dare sempre il 200%, Simeone diventa sempre l’idolo delle tifoserie: è un mediano abile ad inserirsi nell’area avversaria, ma soprattutto insuperabile nei contrasti. Dopo gli ottimi esordi nel Velez, appena ventenne passa nel Pisa. Nonostante la giovane età diventa titolare ed attira l’attenzione del Siviglia, in cui milita con brillanti risultati fino al 1997. Torna in Italia, nell’Inter, e si aggiudica la Coppa UEFA: succede però che, a seguito di un litigio con sua maestà Ronaldo, la società nerazzurra decida di cederlo alla Lazio nell’affare che porta Vieri alla corte di Moratti. Manco a dirlo, Simeone si rivela decisivo nella conquista dello Scudetto laziale, mentre Vieri e Ronaldo insieme faranno la fortuna solo dei giocatori di Winning Eleven. Nel 2003 torna all’Atletico e chiude poi la carriera nel Racing Club, prima di intraprendere un’ottima carriera da allenatore. 178 presenze e 30 gol in Serie A. Voto: 8/10

Sivori, ciao ciao portiere
Sivori, ciao ciao portiere

Enrique Omar Sivori (Juventus 57-65, Napoli 65-68) – Poche storie: Sivori è stato il Best del calcio italiano per oltre un decennio. In campo faceva il bello e cattivo tempo, tra litigi e gol funambolici in cui metteva in mostra il suo straordinario talento per il dribbling. Gli avversari, disperati, non Gianni Agnelli era praticamente innamorato di lui e per inciso, Sivori fu l’originale Pibe de Oro del calcio argentino (era soprannominato anche El Cabezón). Fa sfracelli nel River Plate e la Juventus lo acquista per 10 milioni di pesos: con quei soldi il club finisce i lavori dello stadio, ma senza Sivori non vince più niente per lunghi anni. Il ragazzo, appena ventunenne, forma il Trio Magico assieme a Boniperti e Charles. Fioccano i gol e i trofei vinti – tre campionati e tre coppe nazionali, oltre ad una Coppa delle Alpi ed il Pallone d’oro nel 1961 – ma a causa delle incomprensioni con il “sergente” Heriberto Herrera decide di concludere la carriera disputando quattro stagioni nel Napoli. Sivori vince un’altra Coppa delle Alpi ma i tempi migliori sono passati. Possiamo citarlo come una delle prime vere e proprie star mediatiche espresse dal nostro calcio negli anni ’50 e ’60 e come uno dei migliori oriundi ad aver giocato nella Nazionale azzurra. In 9 presenze con l’Italia, Sivori segna ben 8 gol e prende parte alla deludente spedizione di Cile ’62. Dopo il ritiro allena anche la Nazionale Albiceleste, ma si ritira dalle panchine nel 1979. Muore nel 2005 nella sua città natìa, San Nicolas de los Arroyos, a causa di un tumore. 278 presenze e 147 reti in Serie A. Voto: 9/10

Veron, idolo a Parma
Veron, idolo a Parma

Juan Sebastián Verón (Sampdoria 96-98, Parma 98-99, Lazio 99-01, Inter 04-06) – Indubbiamente uno dei centrocampisti più forti del calcio italiano degli anni ’90 e 2000, Veron cambia quattro squadre lasciando sempre un ricordo magnifico. Specialista dei calci piazzati, La Bruja incanta le platee con le sue punizioni imparabili: con la maglia della Lazio riesce persino a segnare direttamente da calcio d’angolo. Vince complessivamente dieci trofei nella sua avventura italiana, tra cui due Scudetti e quattro Coppe Italia. 189 presenze e 29 reti in Serie A. Voto: 8/10

Batistuta, una mitraglia di gol
Batistuta, una mitraglia di gol

Gabriel Omar Batistuta (Fiorentina 91-00, Roma 00-03, Inter 03) – Un autentico affare per la Fiorentina, che lo ingaggia dal Boca Juniors a seguito delle sue ottime prestazioni con la Nazionale Albiceleste. Cecchi Gori però non allestisce una grande squadra, e dopo due stagioni la squadra retrocede in B nonostante le reti di Batigol. La società nel 1992 aveva persino acquistato il suo partner di gioco, l’attaccante Diego Latorre, che si rivela uno dei più clamorosi bidoni della storia del calcio italiano. Dopo una stagione nella serie cadetta Batistuta si riprende il massimo palcoscenico e seguono stagioni ricche di gol: in ben quattro stagioni supera le 20 reti! Con i viola però Batistuta vince solo una Coppa Italia: nella stagione 1998/99, quando la Fiorentina ha una rosa composta da stelle come Toldo, Rui Costa ed Oliveira, Batistuta si infortuna sul più bello interrompendo un ruolino di marcia mostruoso (17 gol in 17 partite). Lascia Firenze nel 2000, tra le lacrime e qualche giusto rimpianto. Con la maglia della Roma vince finalmente lo Scudetto: il Re Leone segna 20 reti in 28 gare, risultando decisivo quanto Totti e Montella. Ma l’età avanza e le ultime stagioni di Batistuta sono inevitabilmente segnate dal declino: dopo una fugace apparizione all’Inter, si ritira a seguito di un’esperienza in Qatar. Batigol conta anche ben 56 reti in Nazionale e  tre partecipazioni ai Mondiali. 317 presenze e 184 reti in Serie A. Voto: 9/10

Hernán Jorge Crespo (Parma 96-00 e 10-12, Lazio 00-02, Inter 02-03 e 06-09, Milan 04-05, Genoa 09-10) – Il Parma degli anni ’90 è senza dubbio stellare: tra i vari Buffon, Cannavaro e Thuram si ritaglia il suo spazio anche questo panzer argentino capace di segnare gol di pregevole fattura tecnica. Crespo si aggiudica la Coppa UEFA del 1999, in seguito viene acquistato dalla Lazio neoscudettata per lanciare la squadra ai vertici del calcio europeo. Dopo due stagioni eccellenti, il crack di Cragnotti lo rende un uomo mercato da occasione: se lo aggiudica l’Inter, ma segue una stagione con problemi fisici. Il Chelsea di Abramovic si presenta con 26 milioncini: Moratti dà l’assenso, ma a Londra Crespo non segna le valanghe di gol che ci si poteva aspettare e torna a Milano in prestito, sulla sponda rossonera. Vive la delusione della clamorosa rimonta del Liverpool nella finale di Champions del 2005; il Milan non lo riscatta e lui torna nei Blues, vincendo la Premier League. Il secondo ritorno all’Inter non lo vede protagonista assoluto, ma conquista ben tre campionati di fila prima di segnare gli ultimi gol con le maglie di Genoa e di nuovo Parma. 340 presenze e 153 reti in Serie A. Voto: 8/10

Maradona, classe inarrivabile
Maradona, classe inarrivabile

Diego Armando Maradona (Napoli 84-91) – Eusebio? Pelè? Messi? Qualunque sia il giocatore che considerate come il massimo del talento mai espresso in ambito calcistico, Maradona rimane sempre tra i più quotati in discussioni su questo argomento. El Pibe de Oro a Napoli ha fatto il bello e cattivo tempo: due Scudetti vinti da protagonista assoluto, l’elezione a mito assoluto di una intera tifoseria, i vizi e le virtù che riempiono ancora la leggenda creata attorno alla sua figura. Maradona in campo ha sempre fatto tremare i polsi a tutti gli avversari, è questa l’unica costante imprescindibile. Arriva in Campania dopo un esordio europeo, a Barcellona, in cui purtroppo subisce un grave infortunio che ne limita l’impatto. Qualcuno in Italia storce il naso: che sia solo un ninnolo, un funambolo senz’anima? Con la maglia azzurra Maradona dimostra a tutti di che pasta è fatto, vincendo peraltro il Mondiale del 1986, il suo Mondiale, quello della Mano de Dios e dei difensori inglesi con le mani nei capelli. Il 17 marzo del 1991 Maradona viene trovato positivo all’antidoping: cocaina, ma in pochi se ne stupiscono. El Pibe lascia l’Italia e l’epilogo della sua carriera arriva tre anni dopo, a seguito di un’altra discussa squalifica rimediata ad USA ’94. 188 presenze ed 81 reti in Serie A. Voto 10/10

Totale argentini in Serie A: 91

Classifica aggiornata

  1. Argentina 91 pt.
  2. Francia 89 pt.
  3. Paesi Bassi 84,5 pt.
  4. Svezia 81 pt.
  5. Germania 80 pt.
  6. Uruguay 74,5 pt.
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Raccolta indifferenziata – la Flop 5 dei bidoni bianconeri

Ian Rush: leggenda nel Liverpool, bidone nella Juve
Ian Rush: leggenda nel Liverpool, bidone nella Juve

Diciamo la verità: la Juventus è sempre stata molto oculata negli acquisti e rispetto alle altre squadre italiane di cantonate non ne ha prese moltissime. Ma scavando nella memoria, qualcosa abbiamo trovato. Ecco la “hall of shame” dei peggiori acquisti della Vecchia Signora!

Tiago Mendes, il punto fermo (07-10, 42 presenze in Serie A) – L’antefatto: La Juventus torna in Serie A dopo l’anno di purgatorio causato dal terremoto Calciopoli. La squadra necessita di nuove stelle per tornare rapidamente tra le big e Tiago, elegante centrocampista del Lione con ottimi trascorsi nel Benfica, nel Chelsea e nella Nazionale lusitana, sembra un affarone. Viene pagato “appena” 14 milioni di euro. Il misfatto: Ranieri gli preferisce spiccatamente Cristiano Zanetti e la prima stagione di Tiago è in chiaroscuro. La seconda stagione va un pochino meglio, ma nella terza torna a giocare male come nei primi tempi: è lentissimo e commette parecchi errori. Dopo tre stagioni sul filo del rasoio, se ne va sbattendo la porta e dichiarando che il calcio italiano non gli piace. L’epilogo: Nel 2010 passa in prestito all’Atletico Madrid con diritto di riscatto. Tiago gioca bene, ma il club non lo riscatta: tuttavia, il matrimonio tra il giocatore e la Juve è naufragato da un pezzo ed il portoghese ottiene la rescissione del contratto, tornando così a Madrid a parametro zero. Sta ancora lì, ormai fuori dal giro della nazionale ma molto utile alla formazione bianco-rosso-blu. Indice di bidonaggine: 50%

blanchardJocelyn Blanchard, la scommessa di passaggio (98/99, 12 presenze in Serie A) – L’antefatto: Ha una lunga esperienza nel calcio francese con le maglie di Dunkerque e Metz: con quest’ultimo club, nel 97/98 conquista un sorprendente secondo posto. Blanchard è un centrocampista centrale di buona tecnica, occasionalmente segna pure qualche gol. Gli manca giusto il salto di qualità per arrivare in Nazionale, ed il passaggio alla Juventus sembra la grande occasione. Il misfatto: La scommessa Blanchard viene persa. Disputa poche partite e gioca malissimo, deludendo le – a dire il vero poche – aspettative. La stagione successiva riceve già il biglietto di ritorno per il suo paese. L’epilogo: A casa torna ad essere un buon giocatore nelle file del Lens, prima di chiudere la carriera da protagonista nel campionato austriaco, vincendo un titolo e tre coppe nazionali con l’Austria Vienna. Si ritira e torna a Lens come dirigente. Un’ottima carriera, a parte la sfortunata parentesi bianconera. Indice di bidonaggine: 60%

Esnaider_GN1Juan Eduardo Esnaider, il Del Piero dei poveri (99-00, 16 presenze in Serie A) – L’antefatto: l’attaccante argentino Esnaider entra nel giro della nazionale dopo ottime prestazioni nella Liga spagnola, soprattutto a Saragozza dove vince la Coppa delle Coppe del 1995. Forte di testa ed abile nel gioco di squadra, ha però un caratteraccio che lo porta spesso a lasciare il campo anzitempo. La Juventus, a causa del brutto infortunio di Del Piero, necessita urgentemente di un nuovo leader offensivo. Il misfatto: Nel gennaio del 1999 i bianconeri pagano 12 miliardi all’Espanyol ed Esnaider firma un ricco triennale con la società torinese. In realtà rimane un annetto: in campionato non segna mai, sigla giusto un paio di gol inutili nelle coppie e quando torna il Pinturicchio per Esnaider non c’è più spazio. L’epilogo: Torna al Real Saragozza nel 2000 e riprende a giocare bene, ma sono gli ultimi squilli di tromba della carriera. Nelle successive esperienze tra Portogallo, Francia, Spagna ed Argentina gioca poco e segna pochissimo. Indice di bidonaggine: 75%

rushIan Rush, il bomber nostalgico (87-88, 29 presenze e 7 reti in Serie A) – L’antefatto: Il gallese Rush è un’autentica leggenda del calcio britannico. Nel Liverpool segna miriadi di gol, tanto che i tifosi dei Reds aggiungono ad un “Dio salva” scritto su un muro un goliardico “…e Rush segna su respinta”. La Juventus, orfana di Platini, è ancora alla ricerca della grande stella internazionale in grado di riportare i bianconeri a grandi livelli. Rush è la scelta migliore: un pedigree mostruoso e due Coppe dei Campioni in bacheca. Il misfatto: L’attaccante gallese a Torino si ambienta malissimo: non impara l’italiano, si trova male con la guida a destra, arriva tardi agli allenamenti e accusa parecchi infortuni, anche perché i difensori italiani menano parecchio. Segna poco e non lascia tracce degne di Platini, manco per niente: 14 gol tra campionato e coppe senza troppa gloria. L’epilogo: Boniperti ringrazia e rispedisce Rush al mittente: tornato nel suo habitat naturale, il gallese torna ad infiammare Anfield Road per lunghi anni. In seguito dichiara che in Italia si era trovato male in quanto tutti gli parlavano… in italiano! Indice di bidonaggine: 80%

Zavarov e Aljeinikov, in mezzo c'è Rui Barros
Zavarov e Aljeinikov, in mezzo c’è Rui Barros

Oleksandr Zavarov e Sergej Evgen’evic Aljenikov, l’Armata rotta (88-90, 90 presenze e 10 gol in due) – L’antefatto: Succede che Agnelli decide di investire sul calcio sovietico, a costo di mobilitare la FIAT. La prima scelta è Zavarov, stella della Dinamo Kiev che il tecnico Lobanovski paragona addirittura a Maradona: l’anno dopo viene raggiunto da Aljenikov, miglior giocatore della Dinamo Minsk. Zavarov riceve uno stipendio misero ed una FIAT Tipo, e la Juventus deve versare ingenti quote dell’operazione al ministero dello sport sovietico ed allo stato. Aljenikov invece viene acquistato praticamente per fargli compagnia, ed anche il suo ingaggio passa attraverso la pachidermica burocrazia dell’URSS. Il misfatto: Zavarov è forte, ma come in precedenza Rush – cui eredita l’appartamento messo a disposizione della società bianconera – vive l’esperienza torinese da totale pesce fuor d’acqua. Gioca male e non entra mai al top della forma, segnando solo 7 reti in due stagioni e palesando un carattere chiuso e malinconico. Manco Aljenikov riesce a legare con lui. A dire il vero, dei due Aljenikov è quello che si ambienta meglio e il mister Zoff lo schiera volentieri, essendo un giocatore abbastanza polivalente che se la cava sia in difesa che a centrocampo, ma a causa della sua lentezza viene soprannominato Alentikov dai tifosi. Con il duo sovietico la Juventus conquista giusto una Coppa Italia ed una Coppa UEFA, ma più che altro grazie alle magie di Roby Baggio. L’epilogo: Zavarov, che dell’Italia ne ha presto le scatole piene, emigra al Nancy con l’etichetta di nuovo Platini. Rimane cinque stagioni e non diventa il nuovo Platini, ma perlomeno giochicchia bene. Chiude nelle serie inferiori francesi prima di intraprendere una discreta carriera da allenatore che lo porta, nel 2012, anche sulla panchina della Nazionale ucraina. Aljenikov è un caso curioso: nel 1990 passa al Lecce, ma in due stagioni non combina granché, tanto che la sua auto viene presa a sassate dai tifosi leccesi (!). Va a guadagnare un po’ di yen nel Gamba Osaka e chiude la carriera nel… Corigliano Schiavonea! In seguito allena squadre dilettanti italiane e si trasferisce nel Salento. La sua ultima esperienza come allenatore lo vede sulla panchina del Dainava Alytus (Lituania). Indice di bidonaggine: incalcolabile