Mese: agosto 2014

Non solo Nakata – La storia dei giapponesi in Serie A

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Hide Nakata con la casacca del Perugia: in Serie A ha segnato 29 reti

Fino agli anni ’90, il calcio in Giappone era davvero poco familiare: nessuna partecipazione ai Mondiali e nessuna vittoria in Coppa d’Asia. Il baseball, ma anche il sumo ed il puroresu (il wrestling giapponese), hanno attirato storicamente tutta l’attenzione degli appassionati locali. Nel 1992 però arriva il primo trionfo continentale contro la nazionale saudita grazie ad un gol di Takuya Takagi; fallita la qualificazione ad USA ’94, i nipponici riescono a staccare il biglietto per Francia ’98, anche se in terra transalpina escono nella fase a gironi perdendole tutte, pure contro la Giamaica. Ma di lì in poi la Sakkā Nippon Daiyō non manca più l’appuntamento con le 32 finaliste della Coppa del Mondo (co-ospitando pure quello del 2002), confermandosi almeno come una delle squadre asiatiche più forti in circolazione.

Ammettiamolo, nell’immaginario collettivo il calcio del Sol Levante spesso fa pensare a quel noto anime e manga trasmesso e pubblicato anche in Italia: Capitan Tsubasa, meglio noto come Holly & Benji. Peraltro – qualcuno magari se lo ricorda – in una edizione speciale del fumetto uscita qualche anno fa, il buon Tsubasa finisce pure a giocare nella Reggiana, confermando che la squadra emiliana ha sempre saputo muoversi bene nel mercato straniero. Non avendo letto il manga in questione, mi auguro che Tsubasa non abbia fatto la fine di Paulo Futre, la cui esperienza granata fu distrutta dagli infortuni.

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Kazù Miura, poca gloria a Genova

Tornando ai calciatori in carne e ossa, il primo giapponese a giocare in Serie A – nella stagione 94/95 – è la stella principale del calcio nipponico dei primi anni ’90: Kazuyoshi Miura. Attaccante di buona tecnica, affinata in alcune stagioni passate a giocare in Brasile, Miura ha un contratto particolare: il suo sponsor paga il Genoa ogni volta che mette piede in campo. Nonostante le grandi attese, i turisti giapponesi al Marassi e la televisione nipponica che acquista i diritti per trasmettere le partite dei rossoblu, Miura fallisce senza appello: alla prima di campionato si infortuna al viso in un contrasto con Baresi, poi si perde nelle dure ed ostiche difese nostrane, chiudendo la stagione con 21 presenze ed un solo gol realizzato in un derby. Gol della bandiera, peraltro. Dopo un’altra esperienza da dimenticare in Europa (zero gol in 12 partite con la Dinamo Zagabria), Miura decide che la soluzione migliore è quella di rivestire a tempo indeterminato il ruolo di stella incontrastata della J-League giapponese e che ci crediate o no, a 47 anni suonati è ancora in attività con la maglia del Yokohama FC. Ha giusto nove anni più di Totti, per dire!

Bisogna aspettare la stagione 98/99 per vedere il primo nipponico di successo in Serie A: Hidetoshi Nakata. Il Perugia di Gaucci, che in quel periodo mira ad avere in rosa almeno un giocatore in rappresentanza di ogni nazione aderente all’ONU, lo acquista dal Bellmare Hiratsuka ed il giovane trequartista dai capelli rossi parte col botto: doppietta alla Juventus e giocate da campione che permettono agli umbri di ottenere la salvezza. Due anni dopo contibuisce alla vittoria dello Scudetto della Roma con una fantastica prestazione in un match decisivo contro la Juventus: entrato sullo 0-2 al posto di Totti, riesce ad accorciare le distanze e poi a favorire il gol del pareggio di Montella. Dopo tre discrete stagioni a Parma, termina la sua breve ma intensa carriera con le casacche di Bologna, Fiorentina e Bolton, ma soprattutto con all’attivo tre partecipazioni ai Mondiali ed un argento alla Confederation Cup del 2011. Senza troppe discussioni, è il giocatore più forte della storia del calcio giappponese.

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Shunsuke Nakamura, idolo a Reggio Calabria

Da Nakata in poi, è il via libera per i talenti del Sol Levante in Italia, che si portano dietro anche tutta la questione legata al marketing. Nel 99/00 il Venezia ingaggia Hiroshi Nanami, numero 10 del Giappone a Francia ’98, ma la sua esile figura in mezzo al centrocampo dei lagunari non porta a prestazioni di spicco. Si narra di un poderoso calcio nel sedere ricevuto dal compagno di reparto Iachini dopo l’ennesima prestazione senz’anima. Più bella figura farà Shunsuke Nakamura con la maglia della Reggina: arrivato nel 2002, in tre stagioni mette a segno 11 gol – quasi tutti su punizione – prima di spiccare il volo verso i Celtic Glasgow e l’Espanyol. Pilastro della nazionale giapponese fino a qualche anno fa, sta chiudendo la carriera in patria con gli Yokohama F. Marinos.

Davvero malinconico invece il caso di Atsushi Yanagisawa: arrivato alla Sampdoria dal Kashima Antlers nel 2003 con un bottino di 73 reti segnate in 7 stagioni nella J-League, in Serie A non riesce a mettere dentro neanche un gol. L’anno dopo viene ceduto al Messina, dove continua a non segnare: chiude la sua esperienza italiana con un solo sigillo siglato in un Messina-Acireale di Coppa Italia. Se la cava meglio il giovane Takayuki Morimoto, che dopo gli incoraggianti esordi nel Catania non riesce però a diventare un bomber di rilievo, tornando a giocare in patria dopo un’esperienza con l’Al-Nasr e perdendo di vista la Nazionale. Non certo memorabile anche l’esperienza di Masashi Oguro nel Torino, che arrivato con un curriculum niente male in patria e con un’esperienza positiva in Francia, resta due stagioni in granata giocando appena 10 partite. Peggio di lui fa Mitsuo Ogasawara a Messina: titolare nel centrocampo della Nazionale e vincitore di ben sei campionati giapponesi con la casacca del Kashima Antlers, in Sicilia si perde totalmente finendo ai margini della rosa.

Attualmente i giapponesi della Serie A sono due: il primo è l’ottimo Yuto Nagatomo, affarone fatto dal Cesena nel 2010 e girato ben presto all’Inter. Terzino veloce e tecnico, Nagatomo ha nella resistenza da maratoneta una delle sue armi principali. Poi c’è anche Keisuke Honda, ma prima di esprimerci sulle prestazioni con la maglia del Milan è meglio aspettare: con la nazionale del Sol Levante ha giocato davvero bene e sulle punizioni mette in allarme tutti i portieri.

Azzurri mancati – Sebastiano Rossi e la congiunzione astrale dei portieroni

Seba Rossi in rossonero
Seba Rossi, grinta da vendere

Questa rubrica nasce con l’intento di rendere giustizia a tutti i giocatori italiani che avrebbero meritato di giocare in Nazionale ma per motivi vari & eventuali non hanno potuto. Oh, niente di drammatico eh.

I portieri del Milan non hanno mai avuto grande fortuna in Nazionale. Per dire, neanche Carlo Cudicini, il Ragno Nero scelto dal paròn Rocco per condurre i rossoneri a vincere tutto, ebbe la possibilità di giocare in Azzurro, ed anche in precedenza gli ottimi Lorenzo Buffon, Vecchi e Ghezzi devono accontentarsi di poco o niente. Bisogna aspettare Messico ’70 per ammirare un Enrico Albertosi in grande spolvero relegare in panchina un certo Zoff. Ed infatti in quel periodo Albertosi gioca ancora nel Cagliari.

Poi vengono gli anni ’80, il totonero e gli anni bui, e la rinascita che vede avvicendarsi tra i pali del Milan vincitutto prima Giovanni Galli e poi Pazzagli. Ma non basta, quel Milan deve diventare “Il” Milan, la squadra più forte del mondo, e per trovare stabilità viene ingaggiato il cesenate Sebastiano Rossi. Rossi a Cesena ha fatto sfracelli: è un gigante invalicabile come una contraerea, ha lo sguardo duro da commissario dei thriller scandinavi ed un curriculum di pochi, pochissimi gol subiti. Nel Milan di Baresi-Maldini-Costacurta-Tassotti un portiere potrebbe dormire sonni quasi tranquilli, ma Rossi non si adagia certo sugli allori e nel 93/94 conquista persino il primato di imbattibilità in Serie A, 929 minuti, dieci partite e spiccioli. Rossi con i rossoneri vince scudetti come pesci rossi al luna park, nonché una Champions, una Intercontinentale e pure una Coppa UEFA. Roba da urlo. Il Milan però negli anni cerca di trovargli continuamente dei concorrenti, anche se subisce meno gol di Van Der Sar in Olanda: nel 92/93 viene gettato nella mischia un ancora imberbe Antonioli, che non regge alla pressione e naufraga in mezzo a troppi errori. In seguito arriva il turno dell’effimero Pagotto (96/97) e di Taibi (97/98), che purtroppo nelle big non sfonderà mai (Manchester docet). Nella stagione 98/99 il Milan ci riprova ingaggiando Jens Lehmann dallo Schalke 04. L’illustre riserva del titanico teutonico Kahn a Milanello dà il peggio di sé, e Rossi ci mette poco a riprendersi il sudatissimo posto tra i pali. Ma qualcosa si rompe, forse Seba si stufa di essere messo costantemente in discussione. Durante l’ultima giornata di andata del campionato si rende protagonista di un brutto gesto in una sfida contro il Perugia: Nakata infila un rigore e Bucchi corre a pescare il pallone dalla rete, Rossi si improvvisa wrestler e lo stende con una zampata (clothesline, nel gergo WWE). Così, a buffo. La squalifica costringe Zaccheroni a promuovere un giovane portierino di nome Abbiati, che a sorpresa si rivela bravo e finisce il campionato da titolare, vincendolo pure. Curiosamente il destino di Abbiati sarà simile a quello di Rossi: pur vincendo tutto, finisce per dover lottare ogni anno per avere la maglia da titolare. Per Rossi invece si avvicina il canto del cigno, dopo una breve esperienza proprio a Perugia.

Perché Rossi non ha giocato mai in  Nazionale? Semplice. La congiunzione astrale dei portieroni decide di baciare l’Italia nel periodo compreso tra l’inizio del culmine della carriera di Rossi ed il suo declino. Parliamo di Zenga, Pagliuca, Peruzzi, Marchegiani, Gigi Buffon, Toldo e mettiamoci pure Bucci. Insomma, Rossi vince tutto a livello di club, infrange i record ma viene convocato in Azzurro da Sacchi solo due volte, senza manco scendere in campo.

Ma era davvero così forte? Beh, analizzando empiricamente la situazione, nessun grande club ha vinto assai con un portiere-zavorra.

Indice di convocabilità

Bravura: 7
Bravura rispetto alla concorrenza: 5
Attitudine all’Azzurro: 7

Totale: 19/30 (63%)